L'impatto con L'Aquila a otto mesi dal sisma propone alcune riflessioni. Da un lato, l'esperienza della visitazione del suo centro storico lascia annichiliti, non solo per l'entità della sua devastazione ed il silenzio che l'avvolge, ma per la coscienza improvvisa di trovarsi di fronte ad una città deserta ma militarizzata, popolata solo dalla operosità dei vigili del fuoco, degli operatori della Protezione civile e delle maestranze applicate alla sua messa in sicurezza con strutture provvisionali spesso strabilianti.
Dall'altro, l'aggressività sul paesaggio di alcune delle nuove, indispensabili e avanzatissime ricostruzioni e l'inesistenza di una new town, ma piuttosto di una pluralità di nuovi insediamenti che fa giustizia di molti slogan che sono circolati. Dall'altro ancora, la constatazione dell'efficienza straordinaria della nuova Protezione Civile italiana.
Il dubbio che L'Aquila, come del resto moltissime altre città italiane insediate su aree a forte rischio sismico o idrogeologico, non fosse preparata a tale, pur prevedibile, evenienza è fortissimo. Un sistema di pianificazione generale del territorio fermo agli anni Settanta - come testimoniano alcuni professionisti locali - non ha consentito di prevedere aree per una possibile ricostruzione. La città si è così trovata necessariamente a subire scelte, perentorie ma inevitabili, di una autorità estranea che può anche non avere ben valutato le aree scelte per la ricostruzione o, meglio, averle valutate solo con criteri di efficacia ovvero di pronta disponibilità e sicurezza. Ma queste scelte lasceranno una traccia profonda sul tessuto urbano e sul paesaggio che ne risulterà inevitabilmente segnato.
Anche L'Aquila, come tante città, è contornata da una brutta periferia che fortemente contrasta con la bellezza incomparabile del suo centro storico; nondimeno, ma forse proprio questo, lacerti preziosi del paesaggio circostante dovevano essere salvati ed esaltati come risorse. La mancanza di una pianificazione aggiornata e comparata con la carta dei rischi e della pianificazione delle possibili emergenze non lo ha reso possibile, così come la mancanza di progetti edilizi di qualità (ma pronti per essere immediatamente realizzati), in uno con l'inadeguatezza qualitativa del sistema produttivo italiano, ci faranno forse rimpiangere l'ennesima occasione perduta.
Le responsabilità sono certo politiche, ma anche sociali e professionali e su ciò occorre che la categoria tutta si interroghi senza infingimenti. La rovina del centro storico richiederà interventi per almeno due decenni e una quantità di risorse allo stato ancora non quantificate, ma richiederà soprattutto il ribadito, costante e profondo convincimento che solo il suo recupero potrà ridare alla città la sua identità e richiederà un rinnovato approfondimento della scienza e della tecnica del restauro che dovrà inevitabilmente confrontarsi con la rigidità della nuova legislazione antisismica che occorrerà, forse, adattare.
Per certo occorrerà (ri)formare una nuova leva professionale, fortemente orientata nella materia del recupero e del consolidamento edilizio e, nel contempo, occorrerà riproporre con forza la tematica dell'inserimento del moderno nei centri storici. Le Università di architettura dovranno mettere la questione del recupero, del consolidamento, della pianificazione e della messa in sicurezza dei centri storici e delle città in genere al centro dei propri progetti didattici. Gli Ordini professionali, per parte loro, dovranno porre al centro delle proprie attività e iniziative per l'aggiornamento dei professionisti tali materie e tenere alto e vivo il dibattito su tali questioni.
Gli Ordini potranno inoltre strutturare e dare corpo alla proposta condivisa tra Consiglio Nazionale e Protezione Civile per divenire partner organici dell'organizzazione e dell'attività della stessa, proseguendo nello splendido esempio che hanno dato in questa tremenda circostanza e assumendo definitivamente una nuova proiezione sociale in un settore strategico di questo Paese: quello della prevenzione e della assistenza nell'emergenza.