Sisma e ricostruzione. Si tratta della notissima questione del rapporto tra territorio e rischi naturali, anche con contributo antropico. Un problema che abbiamo di fronte da troppo tempo, che include non solo il rischio sismico ma anche quello idrogeologico e al quale abbiamo dedicato centinaia di indagini, convegni, programmi ma scarsissime soluzioni reali, perché non siamo stati in grado di fornire risposte adeguate per le due distinte fasi dell'intervento, l'attività ordinaria e straordinaria. La prima riguarda cosa siamo in grado di fare per predisporre il territorio alla prevenzione, la seconda il da fare per la ricostruzione.
È del tutto ovvio che la seconda sarà tanto più rapida ed efficace quanto più la prima avrà messo il territorio in grado di rispondere adeguatamente alla calamità. I dati sistematici che seguono questi eventi sono due: la domanda immediata di nuove abitazioni, urbanizzazioni, impianti e servizi alla popolazione e la domanda di ricostruzione che si incentra sulla coerenza degli interventi con la storia (la città) e l'ambiente. Spesso queste due risposte confliggono perché, soprattutto la seconda, risulta inevasa.
Lo sviluppo del Paese è stato travolgente negli ultimi sessanta anni. Sono entrate in gioco, in questo sviluppo, le infinite variabili proprie di una società che transita da un'economia statica, ancora troppo dominata dal settore primario, a un'economia che ha bruciato rapidamente il sistema fordista e postfordista, trovandosi poi del tutto inadeguata, per carenza di programmazione, a sostenere il livello attuale di sviluppo basato soprattutto sulla produzione di servizi. In questa situazione quella che è rimasta troppo indietro è la Pubblica Amministrazione, cui ha fatto difetto un adeguato livello di responsabilità e capacità programmatoria, se sono veri i dati della Protezione Civile che indica, negli ultimi novanta anni, 5.400 alluvioni e 11.000 frane con un costo, solo per gli ultimi 25 anni, di ben 200.000 miliardi di lire.
La risposta a questa situazione non è certamente facile, ma ormai i dati del problema sono tutti noti.
Dobbiamo mettere il territorio in condizione di rispondere rapidamente, e in modo adeguato,all'evento calamitoso; l'operazione obbligata è quella di una prevenzione e manutenzione diffusa, con un continuo monitoraggio, costruendo S.I.T. effettivi e una pianificazione realmente coerente con i caratteri del territorio e dotata di quella flessibilità necessaria a fornire, per uno stesso problema, più soluzioni non confliggenti.
In questo senso sembrano andare molte leggi regionali, mentre si attende dallo Stato una legge di principi che coniughi in modo esemplare le attività per l'emergenza con quelle del governo del territorio. Il modello del Piano strutturale, in campo ormai da oltre dieci anni, consente di dare indicazioni strategiche per l'uso del territorio, tali da facilitare un'immediata e coerente risposta agli obiettivi dell'emergenza e indicazioni utili per la successiva azione di ricostruzione.