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E Firenze esaltò se stessa

 

Un inedito di Burckhardt

Testata:
la Repubblica
 
Data:
10-03-2007
 
Autore:
Jacob Burckardt
 
 
L'architettura italiana, fin dal risveglio della cultura più alta, è sostanzialmente condizionata dalla mentalità individuale del committente e dell'artista, che qui si sviluppa molto prima che altrove. In relazione a ciò si rafforza il culto moderno della fama, il quale mira non solo alla competizione, ma anche alla distinzione, e a cui molto precocemente si accompagna una serie di testimonianze scritte che invece mancano nell'Europa settentrionale. Il Nord ha infatti praticamente solo singole fatture e lettere di indulgenza, mentre in Italia iscrizioni, cronache e documenti ricchi di espressioni tendenziose, tramandano sia fatti che idee.
Questa concezione architettonica monumentale, ora indirizzata più verso ciò che è necessario, ora più verso la bellezza o la leggiadria, resta uno dei primi, più coscienti moti vitali di tutto il periodo compreso tra l'XI e il XVI secolo. Tale concezione accompagna, quasi uniformemente, in quanto massima forza motrice, il tentativo di risveglio dell'architettura antica nel XII secolo, l'adozione del Gotico a partire dal XIII e il Rinascimento a partire dal XV secolo.
Certo, questo fenomeno non è del tutto separabile dal bisogno di devozione che presiede la costruzione delle chiese. Tali manifestazioni, ossia indulgenze, collette e elemosine, sono indispensabili pure per innalzare le cattedrali, anzi questi cespiti rappresentano la fonte più importante per la costruzione degli edifici degli ordini religiosi. Eppure le indulgenze in Italia avevano dei confini politici. Difatti, durante la costruzione delle cattedrali nordiche si raccoglievano le elemosine anche in altre contrade e ai pisani, bolognesi, senesi, fiorentini, veneziani sarebbe sembrato strano se una di queste città avesse cercato di fare una cosa simile. Altamente redditizia fu nel 1391 l'indulgenza di Bonifacio IX per la costruzione del Duomo di Milano, ove era previsto che la visita alle cinque chiese principali della città avesse un valore pari a quello delle chiese patriarcali romane. Molto proficua era anche l'oblazione annuale per la festa del Corpus Domini. Inoltre, le enormi collette presso i singoli luoghi di pellegrinaggio, le offerte dei pellegrini: quella annuale presso la tomba di sant'Antonio a Padova fruttò spesso fino a 400 monete d'oro. A Venezia S. Maria dei Miracoli fu costruita nel 1480 grazie a una rapida colletta locale di 30.000 ducati; nel 1497 S. Giovanni Crisostomo fu eretta per la maggior parte con i fondi delle indulgenze. (...)
Nelle città libere l'orgoglio municipale si esprime soprattutto nel compiacimento per l'imponenza di una cattedrale e nel superare le città vicine. La semplice devozione, soggetta ad alterne vicende, passa in seconda linea di fronte alle deliberazioni pubbliche e ai tributi. Né di Venezia, né di Pisa nell'XI secolo si conoscono particolari a tale proposito, ma certo è che nel 1153 i costi per il Battistero di Pisa furono coperti da un contributo cittadino e in seguito, stando a ciò che è stato tramandato, vennero rialzati le colonne, i pilastri e le volte nel giro di 15 giorni. Arezzo, dopo aver speso in guerre il legato di Gregorio X (morto nel 1276) destinato alla costruzione del duomo, decretò un tributo permanente su tutto il suo territorio.
In particolare, la città di Firenze, come del resto ogni sua singola autorità pubblica, colse qualunque occasione per esprimere pure per iscritto il suo monumentale senso della fama, perfino attraverso l'encomio degli artisti. L'incarico ad Arnolfo per la costruzione del duomo nel 1298 recita: «Fare una chiesa principale nella loro città, e farla tale che, per grandezza e magnificenza, non si potesse desiderare né maggiore né più bella dall'industria e potere degli uomini». A tale scopo fu decisa una gabella sui commerci e un testatico annuale. Con la ripresa dei lavori nell'anno di grazia 1331 dopo una interruzione piuttosto lunga fu aggiunta all'imposta una quota derivante dai dazi e dagli appalti delle tasse e in ogni bottega fu posta una cassettina per «il denaro di Dio». Proprio perché il duomo era considerato da molte generazioni come il bene più alto, l'ardore e le capacità immense per il suo compimento poterono e dovettero concentrarsi in un fiorentino: Brunelleschi: «ed aveva in sé due concetti grandissimi: l'uno era il tornare a luce la buona architettura... l'altro di trovar modo, se e' si potesse, a voltare la cupola di S. Maria del Fiore di Fiorenza...». La nomina di Giotto ad architetto del duomo e della città avvenne nel 1334 con entusiasmo, in quanto egli era ritenuto il primo artista del tempo. Che un edificio preesistente potesse, per la sua bruttezza, costituire una vergogna per la città, che un futuro edificio dovesse invece tornare a suo onore e vanto viene detto tra l'altro in occasione della costruzione di Orsanmichele nel 1336. Ad adornare le nicchie dei singoli pilastri furono chiamate le corporazioni. Le monete d'oro e d'argento poste nella prima pietra portavano inciso: «ut magnificentia populi fiorent. artium et artificum ostendatur».
Per la costruzione di una nuova chiesa di un ordine religioso un predicatore quaresimale particolarmente venerato fece appello alla coscienza dei nobili e dei ricchi del relativo quartiere. Indipendentemente da chi avesse nelle mani il governo della città, il motore interiore della architettura pubblica restò sempre improntato a una somma ambizione. E dato che un simile atteggiamento era manifesto, solo con il trascorrere del tempo se ne parlò meno.
Attorno al 1450, il teorico fiorentino Leon Battista Alberti fa discendere la grandezza e il potere dell'antica Roma in gran parte dai suoi edifici e cita Tucidide, il quale, a ragione, celebra gli ateniesi perché essi, attraverso le loro fortificazioni, apparivano molto più potenti di quanto non fossero. I grandi Medici, allorché sostituirono con le loro persone l'autorità pubblica, erano consapevoli che facendo così si assumevano anche un generale obbligo architettonico. Cosimo (morto nel 1464) si propose di far guadagnare molte persone: pagava puntualmente e molto, ed era contento che il denaro restasse in città.
I signori, quasi tutti illegittimi e violenti, avevano, forti di una necessità psicologica, tanta voglia di costruire quanta permettevano i loro mezzi. Le costruzioni erano un simbolo permanente di potere e potevano avere grande importanza per la continuità di una dinastia e, se cacciata, per il suo ritorno. Già l'inizio della tirannia italica è contrassegnato dalla mentalità architettonica del terribile Ezzelino da Romano (morto nel 1259) che costruì palazzi su palazzi per non abitarci mai, castelli montani e fortezze cittadine, come se aspettasse ogni giorno un assedio. Tutto ciò per incutere terrore ed ammirazione e per imprimere in ogni animo la fama del suo nome, sicché non fosse più possibile dimenticarlo.
Ben presto i signori di Milano, i Visconti come gli Sforza, furono coscienti di essere al primo posto tra i principi che finanziano le costruzioni. Giangaleazzo Visconti (morto nel 1402) con il suo specifico senso del colossale fonda la Certosa di Pavia, «il più bello tra tutti i monasteri», e il Duomo di Milano, «la più grande e splendida chiesa della cristianità», «cum tam admirandum templum, quod cum omni antiquitate comparari potest». Porta avanti i lavori, già iniziati dallo zio Bernabò del Castello di Pavia, ritenuta allora la residenza più bella, mentre Filippo Maria Visconti (morto nel 1447) costruisce residenze estive e arreda il Castello di Milano come una sontuosa abitazione.
Il più importante degli Sforza è però Ludovico Moro (rovesciato nel 1500) che è consigliato da Bramante e Leonardo. Grandi migliorie di Milano e Pavia; costruzione di Vigevano con giardini, acquedotti ed una graziosa piazza. Il Moro nomina nel 1490 i capomastri per la costruzione di una cupola del duomo «quale sia bello, honorevole et eterno; se le cose del mondo se possano fare eterne».
Oltre a qualche ricco condottiero anche i Gonzaga di Mantova mostrano chiaramente la loro mentalità architettonica. Particolarmente importante è il governo del duca Federigo: trasformazione di interi quartieri dal 1526 al 1546, costruzione del Palazzo Te e così via. In Gaye si trovano dei curiosi documenti concernenti la costruzione di un nuovo duomo a Mantova (1545), costruzione sollecitata dalla famiglia dominante quasi si trattasse di una questione d'onore profano e raccomandata prudentemente ai sudditi affinché contribuissero con una modesta sovvenzione. Il Colleoni (morto nel 1475), consapevole del fatto che la Repubblica di Venezia si sarebbe fatta nominare sua erede, fece costruire, oltre alla sfarzosa cappella mortuaria a Bergamo, tre chiese e il bel castello di campagna Malpaga.
Nella Roma dissestata, i primi papi dopo lo scisma non andarono molto più in là di lavori di ripristino. In Niccolò V (1447-1455) l'edificare ed il collezionare libri assunsero i contorni di una prepotente passione, in virtù della quale egli fece valere i suoi punti di vista sia intellettuali che pratici. Oltre a numerosi edifici nelle città di provincia sono da ricordare i cinque grandi progetti per Roma, che però furono portati a termine solo in minima parte: la costruzione delle mura cittadine e di 40 chiese per la via crucis, la trasformazione del Borgo in abitazioni per la curia, l'edificazione del Vaticano e di S. Pietro.
I motivi, secondo i biografi: l'onore e il lustro del soglio apostolico, l'incoraggiamento della devozione del mondo cristiano e la cura della fama papale tramite costruzioni imperiture. Il discorso che il papa rivolse ai cardinali riuniti attorno al suo letto di morte: il bisogno monumentale della Chiesa non per i dotti, i quali avrebbero compreso comunque lo sviluppo e la necessità della Chiesa anche senza gli edifici, ma per le «turbae populorum», le quali, nella grandezza della visione, avrebbero visto rafforzata la loro debole e minacciata fede. A questo fine servivano in modo particolare i monumenti eterni che sembravano eretti da Dio.    

Lo storico svizzero Jacob Burckhardt (1818-1897) aveva previsto un seguito per la sua celebre Civiltà del Rinascimento in Italia, un caposaldo nella storia della cultura e nella storia dell'arte. Il progetto complessivo, ritrovato manoscritto tra le sue carte, è ora pubblicato per la prima volta in italiano (Storia del Rinascimento in Italia. Architettura, Decorazione, Scultura, Pittura, in due volumi, a cura di Maurizio Ghelardi, Nino Aragno Editore, euro 75, pagg. XXI, 471 e XVII, 575). Il brano che qui anticipiamo è tratto da alcune pagine inedite in Italia di Burckhardt.    

 
 
 
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