Come un miraggio nel deserto, la «nuova Roma» disegnata dal Piano regolatore appare e scompare all'orizzonte suscitando alternativamente speranze e timori. Se si bada all'impianto formale, l'equilibrio raggiunto con anni di faticoso confronto tra Campidoglio e parti sociali sembra indicare un'imminente riqualificazione dell'intera area urbana. Se invece si osserva ciò che avviene giorno per giorno, si può pensare che la scelta della pianificazione, seppure «flessibile», possa correre qualche rischio.
Sono infatti in corso di attuazione una serie di fondamentali decisioni riguardanti l'espansione edilizia. Tra «compensazioni», «articoli 11» (riqualificazione delle periferie), case popolari (ex 167) e «progetti speciali» si raggiunge un volume che sfiora i 20 milioni di metri cubi, con investimenti iperbolici, calcolati in una quindicina di miliardi di euro. Da tempo il mondo dell'imprenditoria scalpita: c'è molta voglia di fare, e l'entusiasmo - frenato dalle circostanze - fa immaginare perfino un possibile superamento delle regole. (...)
I costruttori accusano la burocrazia capitolina e perfino il nuovo «codice degli appalti» di bloccare l'esecutività delle delibere urbanistiche. Prende piede l'idea di ricorrere agli «accordi di programma» in funzione di variante urbanistica e ad altri mezzi per superare ogni ostacolo. E la «nuova Roma» pianificata e risanata appare e scompare come una Fata Morgana tra le dune arabiche. In incontri riservati i protagonisti della vicenda urbanistica cercano di ritrovare un «patto» per la trasformazione della città che molti ormai considerano superato. È stendendo al più presto la rete delle «convenzioni» a difesa dell'interesse pubblico che si potrà evitare a Roma la possibilità di scivolare in uno sviluppo a rischio. I progetti firmati da grandi architetti non basterebbero a cancellare le eventuali conseguenze di un'espansione «svincolata».