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  Palinsesto GMA radio settimana dal 18- 24 maggio 2009 , Bologna. Voltare pagina. In fretta, cominciando dai cassonetti  

Voltare pagina. In fretta, cominciando dai cassonetti

 
Testata:
Corriere di Bologna
 
Data:
09-03-2007
 
 
Davvero l'arredo urbano può essere come un immenso Helzapoppin esteso al sistema dentro le mura antiche? Le insegne sono dei segnali e, si dice, sono fatte per essere viste da tutti, possibilmente più di quelle accanto o poco lontano. Giusto. La segnaletica stradale deve essere percepita immediatamente e le servitù che alcune barriere propongono si devono poter capire subito, per questo le loro forme devono essere uguali. Giusto. I grandi contenitori delle immondizie, e quelli per la raccolta differenziata dei rifiuti, devono essere collocati in ogni parte della città perché la gente possa utilizzarli al meglio. Giusto. Ma tutto questo è motivo sufficiente per trasformare le strade in bazar dell'estetica? E le necessità sociali sono una ragione bastante per piazzare cassonetti ovunque? Davanti ai palazzi storici? davanti alle chiese?
Bologna è diversa da molte altre città: non ha delle strade con ai lati le case, ma ha quasi sempre tre strade, due coperte, i portici, e una a cielo aperto; il dialogo quindi fra gli affacci delle case sotto i portici e quelli dei portici sulla strada deve essere calibrato, gli sfondamenti delle pareti sotto i portici sbilanciano del tutto i ritmi e le proporzioni del sistema, modificano il rapporto della città con il pedone, il ciclista, anche l'automobilista. È come se le pareti delle strade coperte, i portici, crollassero di colpo. Anche il problema delle luci e dei colori è importante: luci, colori hanno un diapason comune che deve ricondursi all' immagine e ai toni prevalenti nel sistema urbano. Per questo la cosiddetta libertà di invenzione delle vetrine e delle insegne è una libertà che non può essere senza norme.
Nella Bologna dell'ex assessore Pier Luigi Cervellati la tutela dello spazio interno alla cinta delle antiche mura è stata costante; si sono evitati sopralzi, riempimenti delle altane, scavi e distruzioni derivate dalla forzosa apertura di accessi a piani terra da trasformare in garage; inoltre l'insieme della immagine della città, sia di giorno che di notte, era allora molto diverso. Certo, il tempo delle insegne dipinte a colori su metallo è finito, ne vedi qualcuna, come in fondo a via Rizzoli o all'interno, fra i vicoli, ma la gran parte delle insegne si propone con libertà incontrollata, scatolati di plastica e luci al neon, colori lucenti esaltati da riflettori fortissimi.
Un altro problema: le vetrine dei negozi sono lo spazio attraverso il quale la strada coperta dei portici, o anche lo spazio non porticato, traguarda ai lati, le vetrine però rappresentano anche uno sguardo dentro lo spazio interno; se questo ha dimensioni sempre diverse, non risponde a norme precise, se le vetrine a volte sfondano addirittura l'intero arco a parete e aprono spazi vetrati alti fino alla volta del portico, oppure unificano arcate differenti, se tutto questo accade, come dimostra il nostro viaggio per le vie del centro, siamo di fronte a una modifica imponente dei rapporti architettonici.
La città non è più oggi quella che ci hanno consegnato i secoli dal Medioevo all'Ottocento, una città che era di mattone, di intonaco, di inserti di pietra come cornici, colonne, capitelli, paraste, una città dove le luci erano quelle a gas oppure le prime, flebili lampade elettriche. La città oggi è un sistema complesso che impone la propria presenza attraverso materiali e forme diverse, e sono queste- vetrine, insegne, segnaletica di ogni tipo - a mettere sullo sfondo la città vera che scompare e in primo piano gli oggetti, la merce. È urgente una vera pianificazione dei colori, delle luci, delle forme, dopo un lungo periodo di disattenzione.
Si dirà: nella gran parte delle città nel nostro Paese la situazione è analoga. Si può rispondere che in diversi casi, nelle città con un grande patrimonio di memoria storica, da Siena ad Assisi, è stata stabilita una precisa serie di norme anche per la «città scritta». Anche se questo certo non basta a risolvere il problema. Il nodo sta nel comprendere che la vera città ormai è quella colorata e violenta che noi abbiamo sovrapposto all'antica e che questa specie di camicia di forza trasforma non solo i tempi della percezione ma i ritmi della esistenza. È vero, hanno ripulito i muri di via Zamboni dalle centinaia di scritte, hanno messo la videosorveglianza, ma quelle scritte, quei muri dipinti, alla fine sottolineavano un dialogo fra spazi antichi e realtà giovanile e, comunque, erano molto meglio di questo assedio scomposto e privo di ogni controllo di metalli, di luci, di forme, di plastiche.
Il viaggio dentro le strade della città mostra altre cose: i cassonetti a bilancia per i rifiuti, davvero orrendi, schierati in file immani nei luoghi che sarebbero da tutelare; manca una adeguata gestione della segnaletica, manca una gerarchia tra i segnali stradali e tutti gli altri. Ci sono dei luoghi, a Bologna, dove davvero non si comprende nulla, perché le indicazioni sono troppe e tutte quasi sovrapposte, come nell'innesto fra Via Zamboni e piazza Verdi. Da ultimo, la pavimentazione stradale, il rivestimento alla veneziana, rifatto più e più volte, spesso sconnesso, sollevato.
Anche questo è un problema di ricomposizione e restauro da affrontare. Insomma la città moderna, la «città scritta», come si dice, che incombe sopra quella antica, la città delle vetrine, delle insegne, della segnaletica, delle barriere, persino quella dei contenitori dei rifiuti, deve essere attentamente ripensata. So bene che è un compito difficile ma credo che Bologna, una delle città antiche più belle e meglio conservate, debba essere liberata da questa disordinata, continua violenza. Anche i colori, a volte, sono violenza.

 
 
 

 

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