Si va formando una coscienza nuova del rapporto tra umanità e ambiente: se tale coscienza giungerà a maturazione in tempo per migliorare l'universo fisico in cui viviamo, è da vedersi: Marc Augé, uno dei maggiori antropologi al mondo, osserva con disincanto i grandi problemi che hanno assillato le ultime generazioni. Ieri era a Milano per un seminario alla Facoltà di sociologia dell'Università Cattolica.
Professor Augé, tra i caratteri primordiali dell'essere umano c'è la sua capacità di conformare il proprio ambiente di vita, non di subirlo passivamente. Ora con le megalopoli sembra che siamo entrati in una contraddizione: l'ambiente costruito diventa ostile?
«Credo che all'origine della storia vi fosse anzitutto la necessità di comprendere l'ambiente, il che ha portato all'elaborazione di sistemi simbolici, e in secondo luogo si è manifestata la necessità di organizzarlo al fine di migliorare le condizioni di vita. Oggi ci accorgiamo che stiamo lottando contro noi stessi, più che contro un ambiente esterno a noi. È quel che si presenta come il problema dell'esaurimento delle risorse e dell'inquinamento, di dar da mangiare a miliardi di persone e di convivere con una urbanizzazione generalizzata. La storia futura sarà il frutto della dinamica che si stabilirà tra questa presa di coscienza e la ricerca delle soluzioni. Molto dipenderà dall'evoluzione della ricerca scientifica, ma essa corre così in fretta che è difficile dire quali effetti sortirà tra una trentina di anni».
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C'è relazione tra ambiente urbano e violenza, come nel caso delle periferie francesi?
«Il caso delle banlieues è noto: la violenza fu scatenata dagli immigrati di seconda generazione che volevano essere trattati come i loro coetanei francesi, ma restarono vittime della disoccupazione cresciuta dal 1980. È un problema politico che nessun governo ha saputo affrontare. Ci sarebbe voluto uno sforzo maggiore di integrazione...».
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