«Il centro storico è un disastro», dichiara Gae Aulenti, a Palermo per la presentazione del restauro di Palazzo Branciforte; «il centro storico è rinato», proclama invece sorridente e compiaciuto Diego Cammarata dai manifesti elettorali. Due giudizi divergenti a tal punto da sembrare riferiti a due diverse realtà, o viziati entrambi dal pregiudizio.
Di chi, come il sindaco, è impegnato nella corsa per la riconferma e riconduce tutto alla propaganda, o di chi, come l'architetto milanese, ha probabilmente della città antica una visione di superficie, e ne conosce poco la vicenda recente e il dibattito che ne ha accompagnato il recupero. Pur facendo la tara di simili angolazioni parziali, è comunque probabile che le opposte affermazioni nascano anche da parametri differenti: meramente quantitativi quelli di Cammarata, basati cioè sul numero dei cantieri aperti, sugli immobili recuperati, sugli investimenti dei grandi gruppi alberghieri; qualitativi invece per Aulenti, intendendo con questo non soltanto il livello dei singoli restauri ma soprattutto la visione d'insieme del centro storico, la sua lettura come organismo complesso. Sotto questa angolazione, sia il giudizio negativo fortemente negativo di Aulenti che quello ovviamente positivo di Cammarata hanno le loro ragioni: ma non sono tuttavia equivalenti, e vanno semmai calati nelle questioni metodologiche e nelle scelte operative compiute negli ultimi 15 anni, dalla data di approvazione del Piano Particolareggiato Esecutivo elaborato sotto le indicazioni delle prime giunte guidate da Leoluca Orlando alla fine degli anni Ottanta. (...)