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Mario Botta racconta a Copertino la sua « etica del costruire »

 

Il celebre architetto protagonista oggi dei seminari di filosofia: edifici che abbiano «un ruolo di testimonianza e memoria»

Testata:
Corriere del Mezzogiorno
 
Data:
23-03-2007
 
Autore:
Felice Blasi
 
 
Si inaugura oggi il sesto ciclo dei seminari di filosofia di Copertino, da anni laboratorio culturale che coinvolge il pubblico salentino in una riflessione filosofica con personalità prestigiose della cultura contemporanea. L'incontro di questa sera è con Mario Botta, architetto ticinese tra i massimi sulla scena mondiale, che illustrerà i nessi tra architettura e spazi urbani nei suoi progetti recenti («Architettura e città: progetti recenti», Castello di Copertino, ore 17.00, ingresso libero). La sua architettura, che Botta ha sperimentato con diversi generi di edifici, dalla chiesa di montagna alle grandi torri metropolitane, ha tratti forti e geometrici, pragmatici, a volte decisamente massicci, ma riesce sempre ad esprimere una spiritualità austera, una «preghiera di pietra» come la definì in un suo diario intellettuale (Quasi un diario: frammenti intorno all'architettura, Le Lettere, Firenze 2003).
L'architettura deve manifestare una speranza ed una vitalità che riproponga l'uomo come protagonista della cit tà, con edifici che resistano alle tendenze delle nuove urbanizzazioni spesso incapaci di creare tessuti cittadini attivi. Si osservi ad esempio la sua Torre Kyobo a Seoul, rivestita da rossi mattoni in cotto, elemento tipico di Botta, che dentro la solida struttura esterna racchiude un centro trasparente, fragile, come un cuore da cui è possibile osservare la città a differenti altezze. C'è qui tutta la filosofia architettonica ed urbanistica di Botta: « Con questo edificio ho voluto resistere all'appiattimento proprio del linguaggio contemporaneo, nel tentativo di restituire all'edificio quel ruolo di testimonianza e di memoria che costituisce la ragione stessa d'essere della città » .
L'architettura è dunque resistenza alla banalizzazione dell'intelligenza, così come la città è memoria che do vrebbe preservare un senso di rispetto e sacralità alle attività umane, anche prima ed al di qua di ogni dimensione metafisica, perché, ha scritto, « dobbiamo ricordarci che la trascendenza è solo dentro di noi » : « Io credo che l'architettura porti con sé l'idea del sacro, nel senso che è espressione del lavoro dell'uomo. (...)

 
 
 
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