Non è facile per i profani di oggi immaginare l'impatto che ebbe sulla città la nuova stazione ferroviaria di Santa Maria Novella. Per avvicinarci all' idea si pensi che lo stesso giorno, il 30 ottobre 1935, veniva inaugurata anche la goffa e anacronistica Biblioteca Nazionale. O che Ugo Ojetti, padre-padrone passatista della cultura fiorentina, inveiva in quei giorni contro l' uso del cemento definito "liquida melma". Eppure è sbagliato definire Giovanni Michelucci, capo del Gruppo Toscano che vinse il concorso per la stazione, un radicale visionario. Tutt' altro. Anzi è proprio la stazione di Firenze, uno dei suoi capolavori, a raccontare il contrario. L' edificio che scandalizzò la "vecchia" Firenze è un insieme articolato dove convivono omaggi alle convenzioni del tempo, echi classici, slanci di intuizione, veri tuffi nel futuro. Insomma un compromesso fra spinte contrastanti nel dibattito teorico del tempo e fra interessi politici ed economici a livello nazionale che arrivavano fino a Mussolini. La vicenda, appassionante, rivive ora in un volume che Electa dedica a "Giovanni Michelucci 1891-1990" a cura di Claudia Conforti, Roberto Dulio e Marzia Marandola nella collana "Architetti moderni" (pag. 408 con 450 illustrazioni, molte in bianco e nero, 110 euro).
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