Dino Gavina. Sovversivo. Era il suo biglietto da visita. E a lui basterebbe per un ritratto in sua memoria. Se n'è andato ieri, all'età di 85 anni, il pioniere del design italiano, per le conseguenze di un infarto che lo aveva colpito un paio di settimane fa. Trasgressivo, polemico, non facile da amare. Sovversivo, appunto. Ma al di là di tanta scomodità, e forse proprio per questo, è stato un catalizzatore di idee e di persone. «Non ho mai avuto nessuna intenzione di fare qualcosa; pian piano è successo», dichiarò una volta con una modestia che suona stonata a chi lo ha conosciuto. Ma la SimonGavina, fondata a Bologna nel 1960, nacque così, inanellando un incontro dopo l'altro. (...) Dino Gavina ha saputo unire cultura materiale immateriale, facendo disegnare i suoi mobili, le sue lampade e i suoi oggetti di arredo urbano, ultima passione del suo lavoro, da nomi come Luigi Caccia Dominioni, Carlo Scarpa (che firmò anche il negozio di via Altabella), Enzo Mari, Marco Zanuso, Luis Khan e Kazuhide Takahama, architetto giapponese trapiantato a Bologna. Era un «lavoratore estetico» che si occupava della vita quotidiana, hanno scritto di lui, un protagonista del paesaggio domestico. Col suo credo «ultrarazionale» e «ultramobile», ovvero oltre il movimento moderno e producendo ogni pezzo come un'opera d'arte, per fare entrare anche nelle case normali una presenza definita «poetica».