Pronto. Chiamo dal ventunesimo secolo. Parlo con l'esimio architetto Filippo Juvarra?
«Se desiderate offrirmi del lavoro, desistete. Sono terribilmente impegnato».
No, maestro. Ho una notizia per lei. Ricordate la Reggia di Venaria?
«Come potrei dimenticarla? Intorno al 1720 progettai quattro edifici di quella meraviglia. La galleria di Diana, la chiesa di Sant'Uberto, la Scuderia e la Citroniera».
Lo sa che cinquant'anni fa la sua "meraviglia" stava per essere rasa al suolo? Volevano fare posto per delle case popolari.
«Cosa mi dite mai? Una follia!».
(...)
«Io non mi limito a costruire palazzi. Le mie sono visioni. Per me la città è un palcoscenico».
Questo lo so. È sempre stata la sua forza.
«Ecco, vedete? Siete tardo. È sempre stata la mia dannazione! Dovunque io andassi disegnavo, progettavo, davo tutto me stesso... poi, quando veniva il momento di costruire, qualcuno mi bloccava. La mia sacrestia per San Pietro a Roma fu giudicata troppo costosa. La facciata di San Giovanni in Laterano non me la fecero fare per via di certi favoritismi... E sono solo due esempi. Troppi sogni ho dovuto lasciare sulla carta».
Questo è molto torinese, in effetti...
«Ora cominciate ad afferrare. Solo Torino ha compreso fino in fondo le mie visioni. Non ho avuto teatro migliore. Capite perché la dico "mia"?» (...)