Da quando Gualtiero Marchesi negli anni Ottanta ha inaugurato la stagione del cibo «disegnato» con il risotto con la foglia d'oro ispirato ad un quadro di Lucio Fontana, è un gran parlare di food design. Cibo, cuochi e pentolai hanno occupato sulla rivista Time lo spazio che un tempo spettava a politici e intellettuali, la gastronomia ha acquisito lo status della grande architettura e un po' tutti i grandi chef presentano i propri piatti come fossero un Pollock o un Fautrier.
Il primo food designer pare sia stato Leonardo, maestro di banchetti presso la corte di Ludovico il Moro, raccoglitore di ricette culinarie oltre che inventore del cavatappi, del tritacarne, del macina pepe e della forchetta a tre punte. Ma a parte Leonardo, che si è spesso mosso fuori tempo, il design di cibo è un'invenzione recente, e va distinto da ciò che normalmente si intende per food design ovvero la progettazione di posate, piatti, pentole e via dicendo. Questo ultimo filone disegnativo ha un pedigree modernista di tutto rispetto se pensiamo ai disegni di Gropius e del gruppo gravitante intorno alla Bauhaus, mentre riguardo alla forma del cibo in sé ne hanno parlato in pochi. (...)
Poi, oltre al disegno dell'utensile e del cibo in se, c'è da aggiungere, sempre nell'ambito del food design, il mondo del packaging.
Tornando invece al food design, ossia a tutto ciò che viene progettato intorno e per il cibo, dalle posate alle tovaglie da tavola, dalle confezioni in scatola alle etichette del vino in bottiglia, di tutto questo si parla ormai molto, si pubblica tantissimo, si studia e si ricerca. Più rara è invece l'analisi della forma del cibo cioè del cibo disegnato tout court e dell'idea di «mangiare design». (...)
Quasi mai è un design d'autore, quasi sempre è quello che Ponti negli anni Cinquanta definiva «il design senza aggettivi», ovvero un design anonimo, un piccolo e umile miracolo di industriosità domestica, prodotto dalle mani abili di artigiani e casalinghe, che insistono (cioè ci perdono un tempo infinito) per amor di tradizione, ad applicare la loro straordinaria manualità a piccoli capolavori di gusto puro e semplice per le cose belle e buone. È una categoria vastissima di «cose», fatto di coppi, di gerle, di cestini, di cannizzi, di dolci, di ricami, una quantità di roba che chiede una manualità ed una tecnica infinite, fatta da sempre e per sempre senza una firma ossia senza che il soggetto che li fa diventi subito un divo da patinare.
(...) Resta timidamente da osservare che al nord l'imprenditoria si è svegliata anche su questo argomento e da noi ancora no. Alessi, ad esempio, in coppia con Slow Food, ha portato avanti un'iniziativa che si chiama Il gusto del design, per promuovere, assemblati insieme, un oggetto di design ed un prodotto gastronomico d'eccellenza selezionato tra i presidi slow food. Loro hanno cominciato dal sale, proponendo il sale dolce di Cervia e la saliera Alessi, noi che il sale l'abbiamo, forse anche più buono, bello e bravo di quello di Cervia, perché non ci siamo ancora mossi?