C'è un fiore nella pianura, altissimo oltre le betulle, inconfondibile sotto processioni di nubi bianche. Un fiore di cemento, simile a un iris, ai margini di un grande fiume che divaga. Tutti gli abitanti dello spazio che fu Jugoslavia lo conoscono. Viaggiatori e camionisti lo vedono emergere come un geyser da una terra incantata di acque lacustri e cicogne, e spesso non sanno che quell'arcipelago di impercettibili convessità nasconde una nera memoria d'Europa. Quel fiore è il monumento alla Auschwitz croata: Jasenovac, il campo di sterminio che in nome del dio-nazione inghiottì un numero incalcolabile di vite. Serbi, ebrei, zingari, oppositori del nazismo. Un'ex mattonaia, il cui camino mai fumò, perché i corpi li inghiottiva la Sava, per portarli verso il Danubio.
E' a questo semplice "fiore per i morti", progettato e costruito quarant'anni fa dall'architetto belgradese Bogdan Bogdanovic, che la fondazione Benetton ha deciso di consegnare il diciottesimo premio Carlo Scarpa per il giardino. In pochi luoghi un memoriale è capace di diventare "luogo", parte del paesaggio, perno di un territorio. A Jasenovac accade. Ideato ai tempi di Tito - quand'era inconcepibile nei monumenti l'assenza di stelle rosse o granitiche figure di eroi - quel monumento antiretorico e privo di ricerca d'effetto conserva intatto il suo messaggio, dice che non può esservi un'Europa dei popoli senza ammissione della colpe di ciascuno. Lo grida - inutilmente e ostinatamente - alle colline, ai fiumi, ai villaggi, alle terre sante e maledette tra Bosnia e Pannonia appena uscite dall'incubo.
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L'ottantacinquenne Bogdanovic vive in semplicità a Vienna, dove s'è rifugiato nel '92 all'inizio dell'ecatombe jugoslava. Era stato sindaco di Belgrado negli anni della grande euforia, quelli tra la morte di Tito e lo sciagurato avvento di Slobodan Milosevic, il serbo che per i suoi scopi di potere risvegliò il demone dell'etno-nazionalismo per incendiare l'intera Jugoslavia. Da Belgrado Bogdan aveva dovuto fuggire: troppo scomoda la sua presenza di antagonista politico e di custode della memoria. Ma la città rimpiange ancora il suo tempo, quello straordinario apogeo di speranza e libertà. Ricorda il direttore della fondazione Benetton, architetto Domenico Luciani: "allora, alla confluenza tra Sava e Danubio, si progettava alacremente una città diversa, non imbrigliata dai pianificatori di regime costruttori di disastri". (...)