« Palladio? È la Bibbia ». Thomas Jefferson non aveva dubbi, l'architetto veneto aveva creato qualcosa di più di uno stile architettonico, dalle modulazioni armoniose ma anche rigorosamente funzionali dei suoi progetti era nata una vera e propria filosofia sociale. Alla voce « palladianesimo » , ai quattro angoli del mondo ( e lo si può dire senza temere l'iperbole), è stato « venduto » di tutto. Soprattutto in nome della politica. Dall'altra parte dell'Atlantico si guarda a Venezia, alla Repubblica Serenissima e al suo rivoluzionario entroterra di ville organizzate secondo un modello palladiano. La Serenissima era un modello e l'architettura di Palladio ne è stata veicolo di diffusione. « Si trattò, spesso, di un'opzione politica, - spiega Guido Beltramini, direttore del Centro Internazionale di Studi Andrea Palladio - gli americani scelgono il modello della Casa Bianca perché per loro la villa è lontana dalle architetture di potere tirannico. La villa è vissuta come idea di libertà ».
Insomma, non è quasi mai una questione di forme. Gli stilemi nati da Palladio, però, continuano a intrecciarsi saldamente ai mutamenti socio politici fino ai nostri giorni. Non a caso, proprio al Cisa Palladio di Vicenza, a settembre 2008 apre una mostra di svolta: « Palladio. Un eterno contemporaneo » un percorso espositivo che si dipana dal primo grande erede, Scamozzi, passando per Quarenghi e Cameron per finire con Le Corbusier. Pochi artisti e architetti hanno esercitato un'influenza tanto vasta e tanto duratura, arrivando a insinuarsi quasi sotto traccia persino nelle costruzioni più recenti, non ultime le sobrie linee di Raphael Moneo. (...)