Lo spettro del disegno di legge sulla riforma delle professioni intellettuali è tornato e si aggira per l'universo degli ordini professionali. La riviviscenza del decreto, che pare congegnato per favorire le associazioni, trae nuova linfa vitale dalla proposta di introduzione di attività riservate per gli Albi in assenza di un regime di esclusive avanzata nei giorni scorsi dal relatore della riforma alla camera dei deputati. Uno specchio per le allodole che opacizza ulteriormente il quadro legislativo in itinere, in cui si sovrappongono, confondendosi fra loro, gli interessi pubblici e i diritti costituzionalmente garantiti. E le cosiddette riserve si potrebbero introdurre nell'ordinamento giuridico senza una espressa disposizione costituzionale? (...)
Di conseguenza ci pare improprio che il dibattito sulla riforma delle professioni sia trascinato in questo alveo. Che distoglie l'attenzione dall'architrave di una riforma progettata per dissolvere gli ordini professionali in favore di soggetti che non hanno superato l'esame di stato previsto dalla Costituzione, congegnata per trasformare tutti i liberi professionisti in lavoratori dipendenti. Sventolando la bandiera delle liberalizzazioni si vorrebbe convincere l'opinione pubblica che i cittadini che si sono laureati e che hanno conseguito una abilitazione professionale, che si aggiornano sottoponendosi alla formazione continua e operano rispettando codici deontologici, impediscono all'economia di crescere e bloccano il paese. Perché al contrario non si sottolinea che uno dei principali freni alla competitività dell'economia è costituito dai costi della burocrazia e dall'inerzia della pubblica amministrazione, che brucia ingenti risorse e che magari dovrebbe essere privatizzata? Condividiamo le affermazioni di Francesco Gavazzi secondo cui 'in una società aperta deve vincere merito e concorrenza', ma non siamo d'accordo con lui quando individua nei lavoratori della conoscenza freni alla competitività e rendite di posizione da scardinare. Una riforma che è un vero e proprio ossimoro, perché se da un lato si propone di ridare competitività al sistema, dall'altro vorrebbe consentire, nell'era dell'economia della conoscenza, l'esercizio delle professioni intellettuali a tutti, disgiuntamente dalla preparazione accademica e dall'attestazione statale delle capacità professionali, impedendo così ai cittadini di poter valutare le competenze specifiche di chi li assiste.
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