Assicurano che non fu colpa di Picasso: lui se ne stava al Cafè Flore con la sua nuova compagna, la bella fotografa e modella di origine croata Dora Maar, e arriva leggiadra un'altra artista, Parigi era piena allora di ragazze giovani di talento, amanti dell'arte e di fascinosi artisti vecchi. E' la svizzera Méret Oppenheim, dal delicato profilo infantile, che il suo amante Man Ray ha fotografato nuda, nell'intento dotto di fare di lei un oggetto surrealista: ha al polso un braccialetto di metallo ricoperto di pelliccia, che lei stessa ha disegnato per un'altra signora supersurrealista, la couturier Elsa Schiaparelli.
La coppia smette per un momento di litigare e osserva, geniale, che si potrebbe rivestire di pelliccia qualunque cosa. Ma è la stessa Méret ad avere l'idea fatale: «Anche una tazzina da caffè!». E infatti, eccola, la cosa che più di ogni altra dilaga ovunque come massimo esempio di arte surreale: esposta per la prima volta nel 1936 alla "Mostra degli Oggetti Surrealisti" alla galleria parigina di Charles Ratton e subito acquistata dal MoMa di New York, dove da allora giace inquieta e quotidianamente spolverata, per i brividi di fastidio e ammirazione eterna di milioni di visitatori. Titolo ovvio: Tazza, piattino e cucchiaio rivestiti di pelliccia. Titolo suggerito da André Breton, poeta e teorico del movimento: "colazione in pelliccia", con freudiani riferimenti erotici, rappresentando la tazzina quella cosa là delle signore, il cucchiaio quell'altra cosa lì dei signori, e il pelo non ci vuole fantasia per attribuirgli segrete morbidezze ambosessi.
Interessato al pelo pubico anche il surrealista Leo Dohmen, che precedendo Dolce & Gabbana, lo fotografò leopardato. Adesso e sino al 22 luglio (poi a Rotterdam, poi a Bilbao) il prezioso e disturbante manufatto della Oppenheim regna sulla grande mostra che il Victoria & Albert Museum di Londra ha intitolato "Surreal things, surrealism and design". Meno male che il campo si è ristretto, perché di mostre dedicate ai vari movimenti artistici che intasarono i primi decenni del secolo scorso se ne sono fatte già molte così, e tra le più notevoli dedicate ai surrealisti quella milanese del 1989, curata da Arturo Schwarz.
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