Beirut rappresenta la città del mosaico libanese, fucina di intellettuali e di contraddizioni, dove l'espressione dell'architettura diventa un simbolo di pensiero. Una città continuamente in ricostruzione, segnata da una storia ingombrante. Nasce a New York il gruppo di giovani architetti libanesi appartenenti a confessioni diverse, Left, dedicati alla ricerca architettonica e urbanistica della realtà libanesi. Uno studio sia pratico che teorico, che analizza le intersezioni sociali e politiche in relazione all'ambiente urbano abitativo e produttivo, presentato alla Triennale di Milano all'interno di un ciclo di incontri, Re-thinking Beirut. 'Offshore Urbanism' è un progetto teorico che prevede un piano di evacuazione urbana applicabile in caso di conflitto, a mezzo di barche strategicamente posizionate lungo il litorale, secondo una struttura ibrida. 'Costruire oggi in Libano è di per se stesso una sfida. Di fronte alla distruzione, il ruolo dell'architetto non può che essere percepito come un atto di natura politica', ha dichiarato Makram el Kadi, esponente di Left. 'La Marina' è un intervento di trasformazione inserito in un programma di riqualificazione più ampio, che anima il cuore monumentale della città oltre il waterfront e come tale rappresenta uno dei simboli del rinnovamento urbano, che tocca l'identità civile, culturale ed economica.
(...) 'È impossibile decifrare l'architettura e le trasformazioni urbane di Beirut senza ragionare sugli scenari geopolitici che si affacciano sul futuro del capitale libanese', ha commentato Stefano Boeri, intervenuto all'incontro, 'proprio questa relazione fra architettura e geopolitica è l'elemento originale del gruppo Left'.