Qualcosa ci manca. Nelle nostre città, per quanto ci sforziamo di adattarci ad esse, qualcosa di necessario continua a sfuggirci, qualcosa che, pur investendo la nostra identità, è immediatamente al di là della coscienza ordinaria, della percezione, dei sensi. Forse questo qualcosa giace in un rapporto con i luoghi che non esiste più, e che possiamo ritrovare solo a fatica, scavando nella memoria, nell'infanzia. Così nell'ultimo libro di Enzo Scandurra, (Un paese ci vuole. Ripartire dai luoghi, Città Aperta, euro 13,50) si mescolano i piani dell'analisi teorica dell'urbano e e quello del racconto, della narrazione. Narrazione che, pur basata su di una prospettiva personale, non indulge più di tanto all'autobiografismo, ma restituisce piuttosto scorci di una Roma borgatara e popolare, sul cui sfondo, quasi evocati dai luoghi stessi, si disegnano personaggi vividi, si sovrappongono gli eventi e le epoche.
Schiacciato dal genius loci
Passano gli anni del secondo dopoguerra, il Sessantotto, figure familiari ed amicali; tra i molti si materializza anche Pier Paolo Pasolini di cui balena un brevissimo ed efficace ritratto. Ma non si tratta di un macinare della memoria fine a se stesso, o di una operazione nostalgica sulla Roma d'antan, il libro in realtà è sospeso su di una serie di interrogativi che vanno al di là del localismo gretto e delle tristi filosofie del genius loci.
Testo erratico e frammentario, aperto a suggestioni derivanti dai saperi più diversi, dalle scienze del territorio alla filosofia politica e alla teologia, quello di Scandurra ruota intorno ad una serie di ossessioni: è possibile pensare dimensioni dell'appartenenza che non siano quelle della misera identificazione con la tribus, con l'etnos? Se sì, qual è il modo in cui queste dimensioni possono giocarsi in una prospettiva di rivitalizzazione e di reinvenzione della dimensione urbana? Una prospettiva politica nuova, che sappia tenere conto di queste necessità, è per ora possibile coglierla solo per accenni, per singole intuizioni, che non formano ancora un quadro pienamente significante. Ricollegandosi al suo precedente lavoro Città viventi e città morenti (Meltemi) l'autore insiste sugli aspetti negativi derivanti dal disincanto del mondo caratteristico del progetto della modernità, sul venire meno di una relazione profonda con gli spazi di vita che conduce ad una gelida indifferenza emotiva, ad una incapacità di distinguere la qualità dei luoghi radicata nel mondo contemporaneo. (...)
Un'estetica del quotidiano
È purtuttavia vero che anche la grande teoria per il momento aiuta poco: dalla letteratura ultima sulla globalizzazione delle culture sembrano emergere approcci discordanti, che presuppongono ognuno una diversa articolazione dei rapporti tra il piano locale e il piano globale. In questo senso il lavoro di Scandurra offre senz'altro un contributo interessante: dato che i processi culturali non possono essere ridotti alle mere condizioni strutturali, ma si sviluppano secondo logiche proprie, il mescolarsi di culture locali e globali va esplorato con strumenti innovatori. Se il formarsi di una cultura planetaria attraversa ormai l'estetica «di tutti i giorni», le dimensioni politiche, normative e cognitive del processo invece ancora in buona parte ci sfuggono.
Sono «questioni mortali», su cui oltre allo sforzo di comprensione, occorre anche praticare anche scelte di campo. E in questa direzione oltre alla memoria dei luoghi è importante analizzare, per quanto frammentate e disarticolate, le dimensioni nuove dell'appartenenza che si vanno delineando sul piano globale, quelle diasporiche caratteristiche delle identità e delle pratiche dei migranti, che forse meglio possono dischiudere le porte di un incantato e futuro transnational urbanism.