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Il codice di Serafini artista visionario

 

"Amo le associazioni di idee, i giochi di parole, i calembour: una storia può nascere da un refuso"

Testata:
la Repubblica
 
Data:
08-05-2007
 
Autore:
Chiara Gatti
 
 
Due giganteschi nidi di rondine fatti di terra e rami intrecciati, accanto a una testa di falco grande come una Cinquecento e con gli occhi che si illuminano di blu, stanno appollaiati sul muro all'ingresso del PAC. E subito si capisce quale sarà il taglio ameno della mostra intitolata «Luna Pac» e dedicata a un artista eclettico e spiazzante come Luigi Serafini, capace di passare con naturalezza dall'installazione alla pittura, dal gioco alla provocazione.
Romano, classe 1949, una laurea in architettura al Politecnico di Milano nel '77 e un curriculum da designer, regista teatrale, scenografo, scrittore, ceramista e costumista, Serafini è il classico autore inclassificabile, che non appartiene a nessuna scuola e sfugge a ogni etichetta. Per questo molti critici, negli anni, hanno preferito ignorarlo, piuttosto che trovarsi nell'impasse di giudicare un lavoro così vario. Lontano dalle mode e dai compromessi del sistema dell'arte, ha raccolto però gli elogi di un pubblico di intellettuali, colpiti proprio dal suo percorso anticonvenzionale, come Italo Calvino e Federico Zeri. Tra i suo fan Vittorio Sgarbi, che lo ha voluto come apripista nel suo programma di mostre riservate agli outsider, cui faranno seguito altri autori come Ferroni, Ontani, Bergomi e Mondino.
Serafini, a chi è rivolta la sua arte?
«A un pubblico di non addetti ai lavori. Come questa mostra, che richiede un'assoluta libertà di giudizio per essere visitata. Non mi sono mai voluto integrare al sistema dell'arte perché è fatto solo di regole e di mode, dove tutto è deciso da un esercito di officianti, di critici e galleristi che fanno il bello e il cattivo tempo, senza preoccuparsi dell'identità dei singoli autori»
Per questo non ha voluto un curatore?
«Infatti: solo testimonianze di amici ed estimatori, raccolte in un «catablogo», cioè un catalogo-blog, dove i testi storici di Calvino e Zeri sono affiancati ai commenti di perfetti sconosciuti. Perché tutti possono dire la loro sul mio lavoro».
Le sue opere aiutano perché stuzzicano l'immaginazione.
«Alla base di tutte c'è solo la fantasia. Mi piace che la mente sia libera di spaziare, per associazioni di idee. Amo gli enigmi, i giochi di parole, i calembour alla Bergonzoni. Una storia può nascere anche da un refuso, tutto si apre verso soluzioni inaspettate».
È questo che piaceva a Calvino?
«Sì, diceva che nel mio lavoro c'era molta scrittura. Perché, da un lato, usavo la linea calligrafica, da disegnatore, e dall'altro creavo i rebus con le immagini. Un esempio è l'opera che mi ha commissionato nel 2002 il Dipartimento di matematica del Politecnico. Si intitola Geometrindi e Matematindi: accanto a formule di Fibonacci e al rettangolo aureo, c'è un Pig Greco a forma di maiale e una mano benedicente che racconta una «parabola»... nel senso però della formula matematica».
(...)
 
 
 

 

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