Prima del marketing, degli studi di mercato e dei super consulenti, la strategia per costruire l'immagine dell'azienda passava per piccole, anzi piccolissime cose. Per la pubblicità, stretta nelle rigide colonne di un giornale, per la scelta di un logo, o per la cura della carta intestata, segno dell'opulenza dei libri contabili.
Una studiosa dell'archeologia industriale passa in rassegna novant'anni dell'attività imprenditoriale palermitana, tra il 1860 e il 1950, raccontandoli attraverso la loro pubblicità commerciale. In "Industria, società e cultura a Palermo", Daniela Pirrone censisce e raccoglie oltre quattrocentocinquanta marchi di fabbriche palermitane depositati al ministero dell'Agricoltura, dell'industria e del commercio, ricostruendone le origini e le curiosità.
Il carosello storico parte da quella Palermo che, investendo capitali stranieri, aveva messo in moto industrie di tutto rispetto, aperte ai mercati internazionali, come la mitica Ducrot o la celebre Florio. E curiosando, tra un'etichetta e l'altra, si scopre così che proprio un'azienda di Palermo è stata pioniera tra quelle che hanno sentito l'esigenza di ricorrere alla progettazione dell'immagine. Mentre infatti, comunemente, si considera la collaborazione di Peter Behrens con la fabbrica Aeg di Berlino all'origine del rapporto designer-industria, i più forse non ricordano che fu lo stesso Vittorio Ducrot, appena qualche anno prima, a commissionare all'architetto Ernesto Basile la progettazione dell'immagine della ditta, partendo dalla ristrutturazione dei magazzini di via Ruggero Settimo per arrivare all'insegna dei negozi e al marchio.
La pubblicità e il packaging, il progetto del prodotto e perfino l'architettura delle fabbriche, con l'avvento di una moderna cultura industriale, diventano fondamentali per far conoscere le proprie aziende. E in mancanza della televisione e dei moderni mezzi di comunicazione, le vetrine erano rappresentate dalle esposizioni internazionali e dai giornali.
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Nel lavoro di Daniela Pirrone, analizzando la carta intestata delle aziende, si scova proprio quest'attenzione dedicata a riscuotere l'approvazione all'esterno. Nelle intestazioni delle lettere commerciali di Giuseppe Puleo, titolare di una fabbrica di mattoni alla Cala, ad esempio, oltre a una veduta dello stabilimento, le scritte completano la figura allo scopo di presentarla come farebbero adesso i moderni biglietti da visita. La stessa strategia viene messa a punto da Giacomo La Rosa, titolare di uno stabilimento di conserve alimentari in corso dei Mille: qui oltre al prospetto della fabbrica, non mancano le medaglie e gli stemmi.
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