Nella costruzione delle chiese, «abbiamo tutti gli elementi per non essere da meno delle grandi generazioni del passato». Sul piano architettonico ed artistico. Ma «forse i posteri ci considereranno un po' scompaginati» rispetto ad altri piani. Quello dell'effettivo servizio liturgico, in primo luogo.
Per tre giorni, ad Abano Terme, almeno 300 tra vescovi, parroci, esperti di edilizia di culto e di beni culturali ecclesiastici, ma anche architetti, ingegneri, docenti universitari e artisti hanno riflettuto su come progettare le chiese e in particolare sulla metodologia dell'affidamento di incarico. E monsignor Carlo Chenis, vescovo di Civitavecchia-Tarquinia, e già segretario della Pontificia Commissione per i beni culturali della Chiesa, più volte ha insistito sul fatto che l'architettura è linguaggio - anche e soprattutto nell'edilizia di culto - per cui «deve dirci Gesù Cristo». Non altro. Soprattutto in un tempo, come questo, di diffuso relativismo a cui bisogna dare risposte forti.
Il convegno, a cominciare da don Giuseppe Russo, responsabile dell'Ufficio nazionale, ha messo al centro l'importanza della più larga partecipazione quando si mette mano ad una nuova Chiesa: dal parroco al responsabile dell'ufficio diocesano, dall'architetto all'artista, al liturgista, perfino allo scenografo e allo psicologo, passando ovviamente per la comunità.
Da qui l'insistenza sul concorso di idee e di incarico. Ma con precise direzioni di percorso. Chenis le ha sottolineate nel senso della storia (accettare la «traditio»), nel senso del presente («un recupero serio della sacralità»), nel senso di Chiesa («la struttura dev'essere evangelizzante, non solo all'interno ma anche all'esterno»). E poi il senso della ritualità («non si dimentichi che la chiesa è anzitutto un luogo di preghiera»), il senso della complessità e quello del divenire.
Anche Gianfranco Pizzolato, del Consiglio nazionale degli architetti, ha riconosciuto che una chiesa non può concludersi come un'«opera chiusa», ovvero non può intendersi come monumento a chi l'ha realizzata. Altri due paletti non possono mancare: sono il senso ecclesiale e quello delle varie esperienze. Ecco dunque la strada lungo la quale debbono muoversi, in sinergia, la «committenza qualificata» («intorno al vescovo» insiste Chenis), l'equipe progettuale e la comunità. Itinerario difficile ma non impossibile. Lo dimostra l'esperienza della chiesa di San Giovanni Battista, in un quartiere popolare di Lecce. «Ci siamo messi tutti insieme, dai professionisti alla popolazione - racconta il parroco don Nicola Macculi - perché l'idea di fondo che ci guidava era di fare, con la nuova chiesa, qualcosa per il bene di tutti».
Russo: bene il dialogo con gli esperti
Nove i Concorsi banditi dalla Cei per altrettanti complessi parrocchiali e già conclusi. I tre più recenti sono ancora in fase di svolgimento. In questo modo - sottolinea monsignor Giancarlo Santi, già direttore dell'Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici - «la Chiesa in Italia ha dimostrato di saper fare ancora bene nel campo dell'arte e dell'architettura; si è resa conto di non essere condannata alla mediocrità». Molto è stato fatto, restano delle difficoltà. Ma don Giuseppe Russo, direttore dell'Ufficio nazionale, è fiducioso. «In questo convegno di Abano dimostriamo di essere autorevolmente ascoltati anche all'esterno, dai professionisti e dalle istituzioni, università e accademie delle belle arti in primis. Possiamo fare un fruttuoso cammino insieme». Ma, secondo Russo, è importante che la «comunione d'intenti» sia efficace anche nelle comunità - dove talvolta rischia di prevalere l'autonomia delle singole componenti - per coniugare risorse umane ed economiche.