Se le megalopoli sono donne, Mexico City è la squillo con troppi clienti e Tokyo è la geisha impeccabile. Shanghai è una tecnocrate con la fissazione dell'efficienza e Mumbai è una diavolessa che salta dal Medioevo al XXI secolo e ricade nel passato remoto, facendo disastri a ripetizione. Nello sguardo severo dell'inglese Richard Burdett scorre il mondo schizofrenico delle città, invece di quello stantio delle nazioni. Architetto, urbanista, professore, consulente del sindaco di Londra Ken Livingstone, curatore del progetto «Urban Age», direttore della Biennale Architettura di Venezia è l'uomo del momento per capire se di metropoli moriremo: ancora un trentennio - dicono le previsioni - e i tre quarti dell'umanità saranno fagocitati nell'universo di cemento-acciaio-vetro-baracche. Professore: le città consumano e inquinano troppo: c'è modo di governarle? «Il problema non sono i numeri in assoluto, ma i ghetti. Sono appena tornato da Mumbai, l'ex Bombay, e ho visto famiglie miserabili affollare la vecchia zona portuale, dove si smontano le navi con le gru e con le mani. Si vive nel caos, in baracche che i poveri subaffittano a chi è ancora più povero e i bambini perdono un piede o un braccio perché non possono stare se non sul bordo della strada e vengono schiacciati dalle auto a tutta velocità. E' l'esempio di come i problemi fondamentali delle megalopoli siano tre». Quali? «Abitazioni, sistema dei trasporti e lavoro». Solo in India e Cina quasi 350 milioni di persone vivono in bidonville. Chi riuscirà a dare loro una casa decente? «Pensiamo alla popolazione di Mumbai: potrebbe superare quella di Tokyo già entro il 2025 e il 60% sarà prigioniera degli slum. Se non ci sarà una decisa politica di urbanizzazione - e al momento manca - la situazione precipiterà. E la questione coinvolge ogni concentrazione urbana dell'India: dove finirà questa gente? La sottoclasse cadrà ancora più in basso, ampliando la voragine tra le bidonville e i condomini stile Manhattan da un milione di dollari? Le città devono investire nell'edilizia pubblica, altrimenti diventano un crogiolo di conflitti, come dimostrano i recenti scontri tra polizia a contadini a Kolkata, l'ex Calcutta». (...) Riassumendo, lei ha spesso dichiarato che ogni metropoli, se vuole funzionare, deve avere confini precisi. Che cosa significa? «Si deve applicare il modello "urban growth boundary", ideato da Patrick Abercrombie nel 1943, quando Londra era sotto i bombardamenti delle V1. Stabilì dei limiti invalicabili, segnati da una cintura verde intorno alla capitale, e tanti insediamenti satellite all'esterno. E' il principio che ho suggerito al sindaco Livingstone: i soldi si devono investire nel centro. Hong Kong e New York sono vivibili perché compatte e verticali. Dovreste ricordarlo anche voi italiani». Qui avviene quasi il contrario. O no? «In Italia le periferie non smettono di espandersi e l'hinterland di Milano mi fa venire in mente Los Angeles. Dove finisce Milano e dove inizia Torino? La città limitata, invece, è essenziale e Torino dimostra di avere un'idea di città, con il restauro delle piazze come spazi simbolici e anche collettivi». (...)