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  Professioni: Architetti, il 15 e il 16 ottobre a Roma Conferenza Nazionale degli Ordini provinciali. , «Pensiamo a metropoli pulite e l'architettura ritroverà la poesia»  

«Pensiamo a metropoli pulite e l'architettura ritroverà la poesia»

 

Piano: «Le città devono insegnarci a vivere e a rispettare gli altri».

Testata:
Corriere della Sera
 
Data:
21-05-2007
 
Autore:
Stefano Bucci
 
 
Il 2007 per Renzo Piano è un anno di grandi festeggiamenti. La data più importante, umanamente parlando, sarà il 14 settembre, quando l'architetto (nato a Genova nel 1937) compirà settant'anni: «Ad ogni nuovo progetto - dice - è come se rinnovassi la mia assicurazione sulla vita». (...)
«Le città visibili» è il titolo della mostra della Triennale. Ma quale è la sua città ideale?
«Di per sè l'idea di una città perfetta dovrebbe farci sorridere, anche quella che fu del Rinascimento, ma tutti, soprattutto noi architetti, abbiamo un modello di agglomerato urbano che ci frulla nella testa. Per me, la città deve prima di tutto essere il luogo della civitas e della urbanitas, il luogo privilegiato dei rapporti sociali e del confronto tra le diversità. La città, intesa alla maniera della classica polis, deve insegnarti a vivere, deve essere un luogo dove possono esistere le tensioni, non un luogo da cui fuggire. L'aria delle città dovrebbe renderci liberi e insegnarci a rispettare gli altri. Dove crede che Bush il guerrafondaio abbia trovato i propri voti? Non certo a New York o a Boston, ma nell'America delle grandi distese dove per chilometri e chilometri non si trova anima viva. E dove è l'Islam più radicale? Sicuramente non nelle città arabe dei porti e dei mercati, ma nei deserti».
(...)
L'architettura è fatta di grandi vecchi, basti pensare a Niemeyer o a Philip Johnson. C'è un motivo?
«Devi avere un pò di fortuna con la salute. Ma l'adrenalina e la tensione del progetto ti tengono vivo: sa che pochi mesi fa ho mandato gli auguri a Niemeyer (che quest'anno compie cento anni) per il suo nuovo matrimonio, con la sua segretaria? E poi è anche vero che fino a sessant'anni l'architetto continua a imparare. Questo non vuole dire però che i giovani non debbano avere spazio. Ma devono essere i politici a darglielo: facendo concorsi e non affidando i progetti soltanto a quelli che conoscono. Certo, per i politici, così è tutto molto più facile, ma il progettista in questo modo è certamente molto meno libero: proprio il concorso assicura all'architetto un passaporto per la libertà».
(...)

Pieghe e strappi sulla carta. Così nascono le sue idee
Delle idee di Suor Brigitta, l'energica madre superiora delle dodici Clarisse del convento di Ronchamp, in quello schizzo sembra esserci davvero poco. Eppure dietro quei segni tracciati in fretta c'è la «bottega» di Renzo Piano, architetto che (per sua stessa ammissione) da sempre privilegia la dimensione della «manualità del progetto»: «Se vuoi l'universo, non puoi cominciare dall'eccelso, ma dalle cose più semplici».
Semplici come quei tratti (una riga, un cerchio), semplici come quelle orecchiette che si sollevano dal foglio di carta e che, rispettivamente, rappresentano il convento e la cappella disegnata da Le Corbusier. «Il mio linguaggio è quello della tecnica» assicura Piano. Che, mentre durante le interviste tiene sempre le mani ben ferme e conserte, ama progettare giocando con fogli di carta, più o meno oleata: una piegatura, uno strappo, un passaggio sul bordo del tavolo da disegno ed ecco che nasce «l'idea» che permette all'High Museum of Art di Atlanta di catturare al meglio i raggi di luce. «L'architettura non è una botta di genio: è certo struggimento e passione, ma anche tanta manualità»: questo uno dei principi del lavoro di Piano che in questo modo dichiara di voler recuperare quella «dimensione del fare» tipicamente italiana e europea.
(...)
 
 
 

 

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