«E soprattutto, vi prego di non chiudere più le finestre!». Con queste parole Renzo Piano ha concluso la breve conferenza stampa che ha preceduto l'inaugurazione della sua mostra antologica alla Triennale. Il motivo occasionale è la "scoperta" di quanto siano belle le finestre e la luce che entra nel palazzo della Triennale, progettato da Giovanni Muzio quasi ottant'anni fa, e che l'architetto genovese per la sua mostra ha voluto ripristinare, contraddicendo così la tendenza degli allestimenti che spesso negano lo spazio architettonico, ma il significato più generale assomiglia persino a quell'esortazione papale a «spalancare le porte» all'Altro. Di fatto, tutto il discorso del Renzo Piano maturo (l'architetto ha oggi settant'anni, e i suoi primi progetti datano al 1964) ruota attorno a un concetto di architettura tanto semplice nelle intenzioni quanto difficile nella realizzazione: fare di ciò che si costruisce un elemento immediatamente organico alla complessità della città, entro cui si inserisce non come corpo estraneo ma come addizione efficace nella risposta alle esigenze di scambio attuale e futuro (si spera...) degli abitanti. (...)
Acqua come mobilità, e cielo come "trasparenza", anche morale: tutti elementi che portano alla "leggerezza", termine caro a Piano quanto al suo amico Italo Calvino (e non a caso la rassegna milanese si intitola Le città visibili), e che l'architetto mette in campo ovunque, sia che si tratti del centro culturale Jean-Marie Tjibaou (1991-98) a Noumea in Nuova Caledonia, dove Piano ha intelligentemente reinterpretato, evitando qualunque folklore, l'architettura lignea indigena, sia che si tratti della nuova sede del New York Times, nel cuore di Manhattan, che si inaugurerà il prossimo novembre: «L'America che ci piace è quella che all'indomani dell'11 settembre, invece di costruire bunker - come avrebbe potuto fare - ci ha chiesto un nuova idea di trasparenza, che è ovviamente un concetto anche etico». Renzo Piano, allora, ha risposto con l'edificio più trasparente possibile. Anche se il progetto è del 2000, cioè antecedente ai tragici fatti, è stato comunque premonitore di ciò che l'Occidente "migliore" dovrebbe rappresentare nel mondo e per il mondo: una casa trasparente. E allora finestre, finestre, finestre sempre aperte.