Dall'alto del convento di Santa Maria di Gesù si gode di una magnifica vista della piana di Palermo: sullo sfondo la mole del promontorio più bello eccetera, a destra una distesa liquida di un azzurro smagliante, a sinistra e tutt'intorno la corona di monti che cinge la... Non si sa proprio dove cercarla quella che tutti noi conoscevamo come la Conca d'oro e che ora è ridotta a una distesa di blocchi edilizi delle più svariate fogge e dimensioni, con qualche chiazza di verde ai margini di un blob cementizio che inesorabile continuerà a dilagare, richiamato dalle gru che si ergono fiere di esistere e prolificare. (...)
Palermo da Santa Maria di Gesù è un olio del 1838 di Giuseppe Tripi, una delle Vedute di Palermo raccolte da Sergio Troisi nel bel libro edito da Sellerio nel 1991, da cui emerge «una città riassorbita nel gioco del paesaggio e degli elementi, disposta tra mare e cielo come una presenza quieta e attenta a non turbare l'armonia dello scenario naturale». Formato, appunto, dal disporsi in sapiente alchimia di elementi geomorfologici attorno a un bel golfo, il Monte e i monti, la terra, le rocce, la piana ornata di una grande quantità di coltivazioni ordinate, e una atmosfera magica che invogliava al voyage pictoresque.
Nel 1991 Palermo contava già trent'anni di sacco edilizio, sulla Conca drammaticamente intaccata aleggiavano ancora gli allarmi per la deriva inarrestata della cementificazione degli agrumeti, i «giardini» belli e produttivi che avevano trasformato in oro il giallo dei frutti. Ma tra il pensiero critico finito sui giornali e qualche libro, nel 2002, in Palermo storia della città, Salvo Di Matteo accenna a una crescita urbana «turbolenta e contraddittoria» e alle «imposizioni della mafia e guerra tra cosche mafiose, per gran parte connesso al business edilizio» e l'azione concreta di chi usò il potere per massacrare la città con una speculazione edilizia delle più ciniche e bare, fu quest'ultima ad uscire vincente e ancora oggi, a distanza di tempo e di esperienze traumatiche che imporrebbero profondi ripensamenti (la rifondazione sollecitata da Roberto Collovà), permane un atteggiamento predatorio che non permette di sperare che la «nuova Palermo», di cui il sindaco riconfermato si professa stratega, si trasformi in una Palermo nuova per innesti culturali che la investano dalle fondamenta.
La città è cresciuta molto, finanche troppo se fanno fede i dati nazionali sull'esubero di vani rispetto alla domanda, eppure la «questione delle abitazioni» di engelsiana memoria proprio da noi non appare risolta, se i comitati di senza casa non hanno smesso di reclamare con fragore l'agognata casa popolare. E se le giovani coppie e i single precari che cercano casa, per trovarle a prezzi contenuti emigrano verso borgate e cittadine viciniore che perciò, dilatandosi a macchia di leopardo, creano quella indistinta «conurbazione» da un milione di abitanti che è diventata Palermo con i dintorni.
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