Siamo coscienti a Palermo di essere sommersi dal brutto (senza nulla togliere al bello comunque presente)? Di svolgere gran parte delle nostre attività all'interno di spazi e luoghi che non possono essere definiti altro che brutti? Ne siamo consapevoli o siamo talmente assuefatti a questo stato delle cose da non accorgerci più dell'enorme quantità di edifici, piazze, strade e situazioni urbane dequalificate che ci opprimono quotidianamente? Sono brutti gli spazi abbandonati, quelli degradati o deturpati, sono brutti gli spazi mal fatti, senza qualità e soprattutto senza architettura, sono brutti gli spazi che ambiscono all'architettura senza esserne capaci in quanto volgari, sono brutti i luoghi dove prevale la banalità, è brutto tutto ciò che si percepisce come assenza. Ma soprattutto siamo consapevoli degli effetti negativi che questa massa crescente di brutto urbano genera su di noi. Se lo spazio è energia quello brutto è ovviamente energia alle più basse frequenze, quella che veicola degrado, abbandono, disarmonia. Vibrazioni che, anche se non percepite consciamente, lavorano fuori e dentro di noi, creando forti disagi (e molti autorevoli studi scientifici affermano ciò, a cominciare da quello appena presentato dai sociologi della Cattolica di Milano sulle 10 periferie più disagiate d'Italia, tra cui Palermo).
Non ultimo, tra i disagi, il rimandarci costantemente una immagine lacerante della città che rafforza la pessimistica idea di gran parte dei palermitani che le cose così sono, prive di ordine e bellezza, e così rimarranno perché qui "così è", e la città con la sua fisicità lo afferma inequivocabilmente. Brutta la città, allora, brutta la società e viceversa. Siamo allora dentro a un circolo vizioso: il palermitano, privo (o de-privato) di principi e valori positivi (e sicuramente inconsapevole) continua a generare spazi del brutto; lo spazio brutto crea e rafforza parte dei convincimenti del palermitano. Come ne usciamo? Solo comprendendo di essere prigionieri di questo processo e interrompendolo con un atto di volontà che da qualche parte deve pur iniziare. E poiché i reali e duraturi cambiamenti avvengono sempre prima dentro e poi fuori, bisogna iniziare dalla coscienza del singolo cittadino. (...)
È possibile arrivare al bello invertendo i valori che determinano il brutto in quanto, paradossalmente, il primo è contenuto nel secondo (Lucifero è l'angelo più bello che mettendosi in competizione con Dio diventa il re delle tenebre). E questo è facile comprenderlo se pensiamo ad uno spazio urbano di qualità diventato brutto per incuria e abbandono; il suo ripristino lo riporta alla sua originaria qualità certamente mai perduta. Fino a qui siamo nelle riconosciute possibilità del progetto di architettura. Un po' più difficile invece il ragionamento che ci consente di intra-vedere bellezza in ciò che non la ha mai avuta. Occorre una forte dose di immaginazione per rintracciare possibili principi di ordine dentro il caos che connota una situazione di brutto. (...) Per far questo deve ri-appropriarsi, però, dell'architettura. È per questo che il Centro studi sulla comunicazione Anghelos ha attivato una mailing list dal nome palermocontemporaneaanghelos.org per una propositività nei confronti di una città che necessita di attenzione, tutela, cultura, progettualità, architettura, arte, qualità e soprattutto contemporaneità. Il film di Sidney Pollack "Frank Gehry creatore di sogni", recentemente uscito in sordina in città, è stato, per esempio, una utile occasione per ricordarci delle grandi possibilità trasformative di questa antica e oggi più che mai attuale disciplina. E nell'attesa di concretizzare questa utopia a Palermo per favore di brutto non generiamone altro.