Nuovo di zecca, restituito al suo originario biancore, la vera novità di questa biennale è lui, il rinato Padiglione Venezia, in disuso dagli anni Settanta, risorto come araba fenice da vicissitudini di degrado progressivo.
Da anni versava in condizioni di quasi irrecuperabile fatiscenza, un contenitore svuotato che lasciava poco sperare a un ripristino. Che è invece arrivato fulmineo, con un un trittico di curatori sguinzagliati al recupero: Luca Massimo Barbero, Chiara Bertola, Angela Vettese, tutti attivi da anni sul fronte cittadino. Riapre con un omaggio, simbolico- concreto a un artista operativo in città per lunghi anni, un personaggio contraddittorio e discusso, una figura- laboratorio, Emilio Vedova.
Una serie di tele di ampio formato, in fluido segno bianco e nero, commissionate a chi con lui ha condiviso un cammino d'arte e amicizia nel tempo: Georg Baselitz, cadenzano l'interno curvilineo della nuova struttura.
Sulla soglia del padiglione desertico, inaugurale, incontriamo Luca Massimo affrontando da subito con lui un interrogativo- malumore che serpeggia in città, da giorni, con una certa urgenza: «Finalmente un Padiglione Venezia da restituire alla città, ai suoi artisti, perché inaugurarlo con un omaggio, anziché dare l'occasione agli artisti veneziani di avere finalmente una visibilità alla Biennale? Non sembra quasi un espropriazione?».
La risposta rigira l'ottica: «Il Padiglione Venezia è stato restituito alla Regione al Comune e alla Provincia in tempi brevissimi, in poco più di un mese. Si trovava in uno stato di abbandono non solo filologico ma anche fisico. Direi quindi che è appena stato espropriato ad altri in seguito a delicatissime tessiture e collaborazioni per essere restituito alla città; e questa è già una bellissima notizia. L'occasione è anche quella di dare il segno di una presenza di un grande maestro veneziano in chiave internazionale. Emilio Vedova quindi come santo protettore di questo padiglione ci è sembrata la scelta più naturale, più magnetizzante». (...)