Sfrondato dell'inevitabile e motivato seguito di recriminazioni sul «come e perché qui non si può fare», il ragionamento sul modo di «costruire urbanità», che si è tenuto al Kursaal Kalhesa qualche giorno fa, alla presenza di due signore dell'architettura contemporanea come Shelley McNamara e Yvonne Farrell dello studio Grafton architects di Dublino, qualche effetto positivo l'ha prodotto. Il primo è senz'altro quello di avere fatto conoscere anche ad un pubblico di non addetti ai lavori, come specificato dalla moderatrice architetto Lucia Pierro del palermitano gruppo Autonome Forme, due indiscusse protagoniste dell'interessante modello di sviluppo che l'Irlanda ha messo in atto per risollevare la sua economia e, dato che c'era, per ribadire quella linea di raffinato minimalismo che specie negli anni Cinquanta aveva posto l'architettura e il design nordeuropei al centro dell'attenzione di mezzo mondo.
Avendo saputo ben utilizzare i fondi strutturali europei, l'Irlanda è in atto il paese in cui si costruisce di più, tengono a sottolineare le due signore-architetto mentre mostrano progetti e realizzazioni di scuole, teatri, abitazioni, uffici nel territorio e nella città di Dublino e, fra i cantieri aperti, quello di Milano dove stanno edificando la nuova Università Bocconi del cui concorso il gruppo dei Grafton, prevalentemente composto da donne, è risultato vincitore. Ed è lì, in questa opera estesa 45 mila metri quadrati che Kenneth Frampton ha paragonato a «una città in miniatura» per la complessa articolazione dei suoi spazi, che le progettiste hanno dimostrato una rara capacità di lettura del "carattere", come lo hanno definito, della città nella quale si impegnano a lasciare un segno tutt'altro che autoreferenziale quanto attento alle trame preesistenti "elevate" - la dignitosa sobrietà delle quinte edilizie intervallate dalla presenza solida e forte di edifici di Giovanni Muzio, Luigi Moretti, Ignazio Gardella - e a quelle minori come la pavimentazione stradale, i rivestimenti in marmo ceppo con fughe sottilissime, cui hanno attinto per le superfici monolitiche che amalgamano le trasparenze e il dinamismo dell'insieme.
A dimostrare la vitalità di un paese, non basta certo il "quanto" si costruisca ma il "come" si cambi volto a un territorio, a un quartiere, a una strada, con interventi leggeri, eleganti, non invasivi né pacchiani. È la vecchia diatriba che in fatto di architettura vedrebbe contrapposti progressisti a conservatori, come se i primi accettassero di tutto purché sfornato di fresco e i secondi si arroccassero nella mimesi pur di respirare l'antico. (...)