La personale di Piano, curata da Fulvio Irace e apertasi il 22 maggio alla Triennale di Milano, è la rivendicazione di un primato. Che cancella la prova di forza di Fuksas al Maxxi di qualche mese fa. E il primato è tanto più perentorio e incontestabile quanto più evita la tecnica muscolare dell'antagonista, glissando su ogni possibile analogia che potrebbe accomunare i due personaggi. In realtà, Piano, e anche prima di Fuksas, per molto tempo è stato snobbato dall'accademia in quanto coautore di un'opera - il Centro Pompidou - considerata non-architettura; anche lui ha dovuto prima affermarsi all'estero e solo in tempi relativamente recenti, almeno rispetto alla sua lunga carriera, ha realizzato opere di una certa importanza in Italia; anche lui, infine, non gode del privilegio, che nel nostro Paese è concesso, se non a tutti, almeno a molti, di avere una cattedra. Ma Renzo Piano, straordinario politico ed eccellente comunicatore, per far riconoscere i propri meriti ha adoperato una strategia più soft. Si è guardato bene, ricorrendo a un britannico fair play, di scontrarsi con coloro che lo avevano osteggiato, evitando di far notare la distanza che separa il suo talento dal loro. Nello stesso tempo, grazie a un efficientissimo ufficio stampa che ha calibrato con cura le sue apparizioni e dichiarazioni, è diventato un eroe popolare, l'architetto italiano per antonomasia. E così ha costretto, uno dopo l'altro, i suoi più tenaci oppositori a cedergli quello scettro che nessun altro in Italia può pensare di contendergli. La mostra alla triennale, completa e curatissima, riflette in pieno il suo stile: più persuasivo che aggressivo. (...) «Non ho voluto - ha affermato Piano in una recente intervista - mettere in scena le architetture che ho realizzato e che possono essere comprese solo facendone un'esperienza diretta, quanto il mio modo di progettare, allestendo una sorta di studio ideale nel quale invitare il visitatore». (...)