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L'architettura italiana e il ruolo dei critici

 

Nonostante la vitalità degli ultimi anni rimane il pregiudizio del «brutto anatroccolo»

Testata:
Il Sole 24Ore Progetti e Concorsi
 
Data:
11-06-2007
 
Autore:
Luca Molinari
 
 
Quale è lo stato di salute dell'architettura italiana oggi? E che ruolo ha la critica all'interno di questa condizione? Si tratta di due interrogativi di fondo che credo non abbandonino mai il lavoro e le riflessioni di chi si occupa attivamente di questa complessa condizione ma insieme sono anche due naturali domande che mi sono posto incrociando nell'arco di pochi giorni, due esperienze significative dedicate all'architettura italiana contemporanea: il numero monografico di Ad "Italy. A new architectural landscape" curato da Luigi Prestinenza Puglisi e "Holland-Italy" una piccola, preziosa mostra seguita da Gabriele Mastrigli e attualmente ospitata dal Maxxi a Roma. Si tratta di due esperienze molto diverse tra di loro ma che hanno almeno due tratti in comune: un punto di vista sull'Italia stimolato dall'esterno e insieme una riflessione sullo stato dell'arte della nostra architettura. Ma già di fronte a questi semplici elementi assistiamo al primo, fondamentale elemento di differenza tra le due esperienze, ovvero il punto di vista da cui queste partono. Il numero di Ad sembra voler ancora dare risposta a una domanda che è stata un frustrantissimo tormentone per chi si è occupato di architettura italiana negli ultimi quindici anni, «ma cosa sta succedendo in Italia? Ci sono opere significative da pubblicare? Perché siete scomparsi dallo scenario internazionale? ». (...)
Credo che molto di quello che avviene in Italia e che ha dignità d'attenzione internazionale venga pigramente snobbato, che probabilmente ponga problemi di lettura critica o che non ricada pienamente nel mainstream culturale che vorrebbe un unico, direi noioso filone di Neo-International Style rivisto a uso soprattutto delle riviste e di una lettura del mondo che si vorrebbe sgombra da architetture "sporche", problematiche ed eterodosse. È come se contemporaneamente non ci riuscissimo a liberare ancora da un fastidioso senso di colpa che ci ha accompagnato per tutto il Novecento e che speravo si fosse diradato con l'avvento di questo nuovo, radioso Millennio: ovvero quella sensazione di ritardo sulla Modernità travolgente che ci ha sempre fatto correre dietro agli altri in crisi perenne da aggiornamento stilistico.
Dal Liberty a Rem Koolhaas una parte significativa dell'architettura italiana ha interpretato la propria missione come un tentativo donchisciottesco di copiare l'ultima moda proveniente dall'esterno, lamentando continuamente il ritardo del nostro povero Paese e rispondendo a questa critica con il necessario tributo omaggiato al francese, olandese, tedesco, finlandese, inglese di turno. Nulla contro il necessario confronto, figuriamoci, siamo tutti cittadini del mondo e da questa condizione traiamo indiscussi benefici. Ma continuo a pensare che dove l'architettura italiana è riuscita a essere originale, interessante e degna anche di essere copiata è stato quando ha avuto la capacità problematica di lavorare sui processi, di affinare una lettura matura e sofisticata della realtà che si traducesse in teoria e linguaggio.
(...)
Un ultimo appunto: e lo stato di salute? Credo dipenda molto dai punti di vista. Direi benino, se confrontato con l'ottimismo degli ultimi anni, ma soprattutto con una gran fame di opere vere su cui crescere, come sempre. Purtroppo!
 
 
 

 

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