A partire dal Settecento i viaggiatori iniziarono a frequentare, oltre ai monumenti, alle raccolte d'arte e alle grandi dimore dei ricchi e potenti, anche i loro giardini. Erano luoghi per i quali si sperperavano ormai somme straordinarie, radendo al suolo foreste e villaggi, conducendovi con ingegnosi sistemi l'acqua da sorgenti lontanissime, innalzando padiglioni, capricci, templi integri o in rovina, importando essenze esotiche dall'altra parte del pianeta; insomma per molti parchi e giardini diventarono in quel periodo una delle attrazioni più fantastiche. E se i viaggiatori narravano, tentando di rendere a parole le sensazioni intense che luci, ombre, riflessi, colori ed esotismi vari procuravano loro, di pari passo i trattatisti iniziarono a discettare su questa forma così effimera, ma evidentemente indispensabile di architettura. Perché su questo almeno sin dall'inizio furono tutti d'accordo, l'arte dei giardini era sicuramente un'arte nobile, sorella gemella dell'architettura, sia pur gravida di molti risvolti mistici, magici, onirici, fiabeschi e letterari. Bisognò però aspettare più di un secolo perché tutto questo prendesse la forma di uno studio sistematico, razionale e di netta impronta storicistica. Ed è passato quasi un altro secolo perché questa prima e monumentale opera giungesse in traduzione italiana fino a noi (Marie Luise Gothein - Storia dell'Arte dei Giardini - a cura di Massimo de Vico Fallani e Mario Bencivenni, Olschi pagg. 1192, euro 98).
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