Nel 1975, appena eletto sindaco di Roma, il grande storico dell'arte Giulio Carlo Argan dichiarò che tra la sue priorità vi sarebbe stata una politica di integrazione all'interno del sistema urbano dei sobborghi e delle periferie sorti dagli anni Cinquanta, alcuni dei quali a quella data ancora sprovvisti dei servizi di base. Assertore della funzione etica dell'artista e dell'arte nella civiltà del Novecento, Argan riteneva sulla scorta della lezione delle esperienze del Movimento Moderno che l'architettura e l'urbanistica fossero gli strumenti fondamentali di una sintesi necessaria e razionale sia in termini di progetto che di linguaggio, e che la città fosse il luogo di destinazione storicamente obbligato in cui sperimentare e verificare ogni assunto formale. A distanza di oltre trent'anni, si può affermare che quella visione è stata in larga parte sconfitta: non soltanto in termini operativi, con la frequente rinuncia cioè a governare i massicci e caotici processi di urbanizzazione che hanno radicalmente alterato gli assetti ancora visibili sino agli anni Settanta, ma anche in termini teorici e persino nella vulgata comune. Al punto che sempre più spesso l'architettura dei grandi studi si è ritirata nel consenso delle firme e delle griffe, come quando gli amministratori di Barcellona hanno chiesto al celebre Jean Nouvel un edificio, non importa adibito a cosa, purché, appunto fosse «un Nouvel». Come è puntualmente avvenuto, con l'ogivale torre multicolore che si staglia nel profilo della città. Ma almeno a Barcellona l'intervento griffato seguiva una colossale opera di ridisegno urbano, condivisibile o meno (Vàzquez Montalbàn, ad esempio, è stato tra i suoi più decisi oppositori), e non cadeva certo nel vuoto.
L'equivoco, non sempre in buona fede, che la questione dell'architettura e della città possa essere risolta ingaggiando qualche nome di grido talvolta si insinua anche in una città come Palermo che non ha mai affrontato, nell'ultimo mezzo secolo, i suoi problemi urbanistici se non in termini speculativi e con la sola parziale eccezione del Piano particolareggiato esecutivo per il centro storico. (...)
È altamente improbabile che una classe politica che ha in gran parte sprecato l'occasione storica del nuovo Piano regolatore sminuzzandolo e snaturandolo, e che ha dissipato i fondi europei con contributi a pioggia (invocando poi una legge speciale per Palermo) sia in grado di guidare una operazione di ridisegno urbano che richiede una visione unitaria della città a breve e medio termine. Ma con le amministrazioni, nonostante tutto, bisogna confrontarsi: attivando gli strumenti e i canali del dibattito e esercitando il controllo sulle scelte come non sempre, anche nel recente passato, è avvenuto.