Un complesso abitativo a basso impatto energetico - tecnicamente una «casa passiva» - con alcune auto condominiali in dotazione ai suoi abitanti per il car-sharing, cioè per andare al lavoro assieme anziché usare ognuno il proprio mezzo; negli scantinati, un grande deposito per le bici con tutti i piccoli attrezzi - anch'essi di proprietà collettiva - per le riparazioni domestiche, e armadietti dove farsi lasciare la spesa ordinata per telefono o via mail durante una pausa di lavoro e recapitata dai negozi convenzionati del circondario. (...)
Sono alcuni degli esempi di architettura innovativa mostrati nel corso di un breve tour organizzato nel Land Voralberg per i giornalisti in occasione dell'ultima assemblea dei capi di governo dell'Arge Alp, la «storica » alleanza delle regioni dell'arco alpino, nata nel 1972 (e oggi in cerca di un rilancio dopo i contraccolpi causati dall'unificazione europea, che ha reso un po' obsoleti i suoi presupposti originari). È naturale che in queste «gite» ognuno mostri il meglio che ha: tuttavia dare uno sguardo ai percorsi di territori abbastanza simili da permettere dei confronti e però non identici è un utile esercizio. Le terre alpine in fondo sono legate da comuni problematiche e - forse - da un comune destino. La scelta tematica operata dal Voralberg, poi, è particolarmente interessante: in un'epoca di attenzione quasi ossessiva per l'identità, concepita perlopiù rivolgendo lo sguardo all'indietro, al passato, e in maniera difensiva, (a tal punto che in Francia il nuovo governo ha sentito il bisogno di legarla a doppio filo alla questione dell'immigrazione, attraverso un ministero che accorpa le due competenze), una piccola terra di montagna ci mostra invece come l'identità territoriale possa coincidere con il desiderio di innovare, di sperimentare strade nuove, in settori dove, fra l'altro, lo scambio di esperienze è più utile della competizione «pura e dura», come quello ambientale. E tutto questo in maniera apparentemente poco vistosa, con austriaco understatement, verrebbe da dire, dopo avere conosciuto due o tre di questi architetti e manager un po' new age, che magari dormono in una sorta di tenda indiana montata in un prato dietro l'azienda (ma impreziosita da qualche gadget tecnologico). Attenzione: non è che manchi in tutto ciò la tradizione, così come siamo abituati a concepirla. (...)
Ne esce infine l'impressione, nettissima, che tutto è collegato a tutto: passato a presente, locale a globale, filosofia a tecnica, classicismo a innovazione, culture a culture. E questa in fondo è la lezione positiva della postmodernità.