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L'architetto e la moda rococò

 

Un mestiere schiacciato dalle regole del mercato

Testata:
la Repubblica
 
Data:
29-06-2007
 
Autore:
Enzo Mari
 
 
Queste riflessioni riprendono il titolo di un mio intervento a braccio fatto nel dicembre 2006 in occasione di un seminario, al quale i curatori Stefano Boeri e Gianluigi Ricuperati hanno dato il titolo "Contro l'Architettura". Era ed è provocatorio. Ma una provocazione emblematica di un sentire generale condiviso in egual misura da chi è escluso da ciò che l'architettura potenzialmente può dare, e da tutti quelli che avendo memoria di ciò che l'architettura è, guardando gli esiti di ciò che viene realizzato e quasi sempre, inorridiscono.
La corporazione degli architetti, stravolta dall'ineluttabilità delle ragioni professionali (la sua scuola non parla d'altro) tace. Oppure parla di ricerca formale e si propone come avanguardia: ma avanguardia di che? Alla fine del 1800, in Francia, alcuni artisti realizzano le prime avanguardie, inorriditi da ciò che il mercato nascente produceva: "l'art pompier", un collage di tutti gli stilemi possibili - assiro-babilonese, egizio, greco, gotico, folklore...
Ma "l'art pompier" non è affatto morta, rivive da quasi 100 anni: timpani di calcestruzzo, cilindri che sembrano colonne, razionalismi a quadretti, infinite variazioni di fallo, cavatappi, fogli di carta accartocciati..... è inutile continuare.
Ovviamente esiste qualche costruzione decente, ma nello skyline della città finisce con l'essere percepita come parte del tutto. È tempo che coloro che hanno memoria dell'architettura parlino. Parlino anche in mancanza di modelli oggi facilmente perseguibili (i modelli che sogno sono forse realizzabili in un'altra galassia). Ma se si incomincia a parlare di ciò che è, e non di ciò che sembra, forse qualche architetto incomincerà a capire che la qualità della forma non si realizza se l'unico valore di riferimento è quello del mercato, cioè della nostra società, indipendentemente dal reddito e dai credi politici.
Dunque, che fare. Non è possibile proporre un modello illusorio. Mi limito ad esporre alcune riflessioni che, sia pur nella loro frammentarietà, indicano quello che dovrebbe essere il "sentire intensamente" di chi ha la responsabilità di realizzare l'architettura.
Dal punto di vista della cultura materiale il lavoro dell'architetto si fa per tradizione... Qualcun altro prima di me ha fatto l'architetto e scelgo di fare questo lavoro non per delle piccole questioni banali ma perché sono emozionato da alcuni dei grandi archetipi realizzati, che grandi architetti hanno costruito nel passato. (...)
Tutto ciò riguarda la nostra capacità di dare risposta ai bisogni materiali; sappiamo costruire barche, armi, case, tutto quanto serve quotidianamente per vivere, ma questa non possiamo considerarla architettura, perché quando parliamo di architettura ne parliamo valutandone la qualità espressiva, che è cosa altra dalla qualità utilitaria. Tanto è vero che quando si osserva il 90 per cento di ciò che si è costruito si dice comunemente che si tratta di edilizia, che richiede competenza scientifica, ma in totale assenza di competenza espressiva. (...)
L'architettura si fa per tradizione, si fa perché qualcuno, le generazioni precedenti, hanno realizzato costruzioni con la stessa intensità emotiva di un tramonto del sole. Quella che apre alla nostalgia della vita e propone la speranza serena di domande infinite. Ogni artista, degno di questa parola, va a guardare gli antichi maestri per cercare di capire e, se capisce, misurarsi con loro. Non esiste altro modo. È l'unica affermazione, concretamente scientifica, che si può fare parlando d'arte. (L'architettura, se è, è un'arte). Gli architetti moderni, e parlo della grandi star, realizzano i loro progetti in tre mesi. Questo tempo brevissimo denota che la loro cultura espressiva è quella del rococò (in questi ultimi anni è di moda il minimal-rococò). (...)
 
 
 

 

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