Conosco abbastanza bene quattordici città : Napoli, Roma, Milano, Brasilia, Parigi, San Paolo, Vienna, Berlino, Mosca, Rio de Janeiro, Londra, Praga, New York e Pechino. Tranne una, tutte le altre hanno gravi problemi di traffico interno e di pendolarismo esterno. Tranne una, infatti, sono tutte città fondate molto prima che nascesse l'automobile. Brasilia, invece, fu pensata cinquant'anni fa da tre geni - l'urbanista Lucio Costa, l'architetto Oscar Niemeyer e il botanico Burle Marx - che conoscevano bene i problemi creati dalla macchina e quindi sapevano come prevenirli.
Le città sono paragonabili a laghi in cui affluiscono e defluiscono corsi d'acqua instabili, che si gonfiano a certe ore, si sgonfiano in certe altre, sono soggetti a mulinelli e intasamenti improvvisi.
A Roma arrivano ogni giorno dalla provincia 850.000 persone: 350.000 in auto, 300.000 in treno, 200.000 con i mezzi pubblici. Si può supporre che più della metà - diciamo 500.000 pendolari - viene in città per svolgere attività di tipo intellettuale: sbrigare pratiche, sottoporsi a visite mediche, ottenere certificati, lavorare come impiegati, professionisti, manager, giornalisti, insegnanti, studenti. Buona parte di questi pendolari - diciamo 300.000 persone - almeno un paio di volte la settimana potrebbe svolgere queste attività restandosene a casa e lavorando con l'aiuto del telefono o di Internet.
Non esistono soluzioni semplici, rapide e poco costose come il telelavoro, la tele-medicina, la tele-formazione, i tele-acquisti.
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Nella vita urbana vi sarebbe meno confusione, meno rumore e inquinamento, decongestione delle aree più affollate, maggiori possibilità di lavoro per le casalinghe, per gli handicappati e per chi svolge assistenza domestica ai propri familiari.
Ma, allora, perché non si adotta questa soluzione? La risposta è semplice: per masochismo e per resistenza ottusa ai cambiamenti.