Nel 2002 Jean-Luc Nancy ha pubblicato, dopo un suo viaggio a Los Angeles, un breve saggio dal titolo La città lontana, affascinante testo letterario in cui lo sgomento per l'urbano "nebulizzato" lo induce a pensare la città futura come metafora della tecnica che «spinge ad aprire passaggi in tutte le direzioni senza alcuna vocazione finale» e a pensare l'uomo come un abitante di passaggio.
Il denso libro di Paolo Perulli, La città: la società europea nello spazio globale (pagg. 181, Bruno Mondadori) sembra avere come centro il pro e il contro dell'ossessione espressa dal testo di Nancy: parzialmente corretta dal pensiero del decentramento polinucleare di Louis Mumford. Il primo merito del testo di Perulli è la preoccupazione di confrontare la riflessione intorno alla sociologia urbana con il pensiero della filosofia teoretica, dell'economia, della politica e con la posizione di alcuni architetti, costruendo così un quadro degli interrogativi che tormentano il fatto urbano tanto che alla fine l'autore scrive: «La città (certamente in nuove forme) resta, magari nella forma della città delle reti o forse anche delle reti di città dell'arcipelago, il luogo dell'incontro, nell'epoca attuale della solitudine e della paura» ma anche il luogo dell'utopia. Ma che forma di governo (o di "governance"), e quale forma di società è possibile, si domanda Perulli, in questi insieme di reti? Sono le "città mondiali" di Saskia Sassen, con i loro centri finanziari molto più simili a centri di produzione che a shopping mall o sono le "città regioni" o gli arcipelaghi urbani? La scomparsa della città fisica, la libertà dallo spazio in quanto "città dei bits", città virtuale, sostenuta da W. J. Mitchell (la città dei non luoghi in cui sono parcheggiati i rifugiati del pianeta), l'abitare i flussi che fa dell'esule una figura esemplare, esclude il cittadino in quanto titolare non solo dei doveri civili e diritti politici, ma anche come "homo faber".
La scomparsa della città fisica («La città globale non è un luogo ma un processo» scrive Manuel Castells) proviene da lontano e si è generalizzata, sostiene Perulli, con lo svincolarsi, nel XX secolo, dello spazio dalla visione ambientale. Ad esso la modernità si oppone per mezzo dell'idea di progetto e della coincidenza tra "abitare e costruire", un'idea messa in crisi, però, dalla ideologia della condizione postmoderna. All'idea di separazione della città per funzioni si sostituisce l'idea della separazione geografica per ceti.
(...)
La domanda che non posso evitare di pormi nel contesto di queste contraddizioni è quale sia il ruolo dell'architettura la cui pratica artistica è, fra le molte, la più esposta al mutamento delle condizioni sui propri fondamenti. E qui per esempio la contraddizione tra la nozione di spazio concepito come dimensione oggettiva o come frame, descritta nel libro, diventa evidente.
Ma alcune risposte da parte della cultura architettonica sembrano, io credo, già formulate. Da un lato vi è chi pensa al ruolo di rappresentazione dello stato delle cose come positivamente stabilizzate nei confronti dell'individuo postsociale, alla positività infinita di tecnoscienze e mercato come fondamenti unici del globalismo, cioè, come scrive Paolo Perulli, «la città generica di Koolhaas, la cui indifferenza al luogo esprime bene la tendenza attuale degli architetti alla moda» (ma qui l'elenco di Castells riportato a pag. 123 è in totale contraddizione). Da un altro vi è chi invece vuole eleggere a materiale del progetto contraddizioni ed interrogativi in nome della sopravvivenza della città di una società politica.
Da un altro ancora, infine, chi cerca di liberarsi della specificità del nostro lavoro, cioè del suo confronto con l'abitabilità del mondo, per fare di esso un puro esercizio decorativo. E questa credo sia posizione insieme la più gradita ma anche la peggiore.
Lisbona e l'arte di Gregotti
In una cerimonia che si è svolta venerdì scorso presso il Museu da Electricidade della capitale portoghese, la Triennale di Architettura di Lisbona ha assegnato a il Premio Internazionale alla Carriera. L'architetto italiano, che con la progettazione del Centro Culturale di Belem, "ha partecipato in maniera decisiva alla trasformazione del volto di Lisbona", è stato premiato da Alvaro Siza, uno dei più grandi urbanisti del Portogallo e patrono della manifestazione. All'architettura di Gregotti è dedicato il tredicesimo volume della collana "L'archittetura. I protagonisti" (in vendita con L'espresso e Repubblica a 7,10 euro in più).