Gli anglosassoni la chiamano gentrification e ne parlano dalla fine degli degli anni '70. Il bizzarro termine deriva da gentry (piccola nobiltà) ed era un modo dispregiativo per indicare il processo di sostituzione degli abitanti poveri dei quartieri degradati delle grandi città con nuovi benestanti. Metropoli come New York, Philadelphia, Boston, Londra, hanno visto le aree povere spopolarsi del sottoproletariato urbano e riempirsi di studenti e creativi prima, manager e professionisti poi. Ad Harlem, pochi giorni fa, il più famoso ristoratore di colore del quartiere, ha chiuso la propria attività. Copeland's era un locale storico della comunità afroamericana. Il suo celebre pollo fritto era stato mangiato dai più rappresentativi personaggi dell'«America nera » da Stevie Wonder a Harry Belafonte. Un'istituzione insomma. La decisione del proprietario di chiudere i battenti deriva, a suo dire, dalla profonda trasfomazione subita dal ghetto. «Non mi ci riconosco più, qui sono tutti bianchi, non c'è più la mia gente» ha detto Calvin Copeland titolare del ristorante.
La vicinanza della Columbia University, dei quartieri «bene» di Manhattan e di Central Park, hanno incentivato l'arrivo di una borghesia nera, poi della middle class bianca, in grado di pagare gli affitti divenuti via via più alti.
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E a Napoli? Risponde Ugo Rossi, geografo e docente di Geografia urbana all'Università Orientale: «Nei quartieri del centro storico, la gentrification ha avuto un impatto molto soft ed assume forme diverse rispetto alle città nordamericane e britanniche. La società napoletana resiste e riesce a difendersi da questo processo. A Napoli manca una vera mobilità residenziale anche perché le famiglie influiscono molto nelle scelte abitative dei giovani. La middle class quindi, non arriva da fuori, semmai è costituita dai figli delle famiglie che risiedono da molto tempo nei quartieri del centro storico e che hanno un'occupazione migliore rispetto a quella dei loro padri».
Eppure qualcosa si muove. Florence è una studentessa dell'Università di Tolosa venuta in Italia, con il programma Erasmus, a frequentare per un anno la facoltà di Architettura della Federico II. Ormai è alla fine della sua esperienza. Per nove mesi ha vissuto a Vico Bagnara, uno dei vicoli del quartiere detto «il Cavone ». «Quando un napoletano mi chiede dove vivo - racconta - e io gli rispondo ''al Cavone'' mi sento sempre chiedere se va tutto bene, se ho paura, pare che la zona sia particolarmente malfamata. In effetti il primo impatto è stato piuttosto forte, le strade sono sporche, le persone sedute davanti alle porte delle abitazioni e i ragazzi sempre in strada sembrano non avere niente da fare. La prima volta che ho salito le scale del palazzo mi sono sentita male: la scalinata è buia, angusta, sconnessa. Entrata in casa, però, l'appartamento era tutto ristrutturato e c'era Julie, anche lei francese in Erasmus. Mi sono tranquillizzata. In quasi un anno non ho mai avuto problemi, mai avuto paura». Florence e Julie si dividono un monolocale di circa 35-40 metri quadrati, soppalcato in perfetto stile bohémien, per la modica cifra di 700 euro mensili. (...)
C'è da credere che prima o poi gli imprenditori edili più avveduti si accorgeranno che i quartieri popolari si stanno trasformando in potenziali miniere d'oro e investiranno nella riqualificazione degli edifici. Gli stessi proprietari, se il mercato reggerà, troveranno conveniente vendere o affittare le proprie case. (...)