La formula make and know, pronunciata Meccano, faceva già intuire che in quella scatola non c'era un gioco qualunque. I primi kit di "meccanica elementare" messi in vendita nel 1901 e la registrazione del marchio "Meccano Ltd.", avvenuta nel settembre del 1907, raccontavano di un'epoca in cui la fiducia nell'ingegneria e nella tecnica, unite alla creatività, era allo zenit. E tanto valeva allora che i bambini si lanciassero nell'avventura fin da piccoli. Nella loro scatola di legno formato valigia con il marchio Meccano c'erano i componenti di metallo, le viti, lo spago e i bulloni pronti a trasformarsi in ponti, treni, gru e palazzi con l'intervento di un cacciavite, una chiave inglese e tanta fantasia.
Oggi, esattamente un secolo dopo, la storica fabbrica Meccano di Liverpool non esiste più e i giapponesi della Nikko hanno acquistato il marchio. Ai componenti di nichel tutti uguali si è sostituita la plastica già modellata, i cacciaviti sono diventati elettrici e a ogni scatola di Meccano corrisponde un solo modello di giocattolo, con al massimo tre o quattro varianti. Un'auto telecomandata, un elicottero, la moto della polizia, un robot stile Mazinga, scorpioni e draghi sputafuoco sono gli eroi fantastici dei bambini degli anni duemila. E nei grandi negozi di giocattoli come Hamley's di Londra il Meccano è finito tra i "giochi interattivi" accanto ai videogames. Con una tale concorrenza, le special editions realizzate in occasione del centenario con la scatola in colori pastello, il Big Ben, la Torre Eiffel o la vecchia locomotiva a vapore da assemblare in più di mille pezzi, passano ovviamente inosservati. Il loro fascino non supera quello di un puzzle. E il Meccano sembra sempre meno quell'"ingegneria in miniatura" che il suo inventore propagandava. Frank Hornby, il padre del gioco, non a caso agli inizi del `900 fondò pure un marchio di trenini elettrici, l'altro motore della modernità galoppante. Il successo delle sue creazioni lo rese straricco, catapultandolo dal ruolo di cassiere nel piccolo negozio paterno a Liverpool fino al parlamento di Londra.
(...) Nella sua biografia per la Fondazione Nobel, Kroto ricorda: «Avevo un Meccano con cui giocavo all'infinito». E riaccende la vecchia polemica con il Lego, che è simile all' "ingegneria in miniatura" di Frank Hornby solo a prima vista, e il cui successo negli anni '60 coincise con l'inizio del declino delle fabbriche di componenti di nichel, cacciaviti e chiavi inglesi per bambini. «Il Lego piace ai bambini perché è facile e colorato - sostiene Kroto - ma è solo un giocattolo, mentre il meccano è un vero kit da ingegnere e la sua estinzione rappresenta un disastro per l'educazione dei futuri ingegneri e scienziati».
Fuksas: "Ha ispirato la mia Fiera di Rho"
Niente cubi nell'infanzia dell'architetto Massimiliano Fuksas. Ma Meccano, tanto. Al punto che vi si ispirò per una sua realizzazione del 2004, la Fiera di Rho. Un'amore antico, insomma: «Era una compagnia ineludibile per i bambini della mia generazione».
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Quindi tra Lego e Meccano lei sta col secondo?
«Il Lego è qualcosa che già esiste: natura in forma semplificata. Così come il traforo, un altro gioco della mia infanzia che rappresenta il passato, la tradizione della falegnameria. Il Meccano invece ha in sé tutte le potenzialità dell'homo faber e insieme al trenino elettrico è il simbolo del futuro. Contiene tutte le soluzioni possibili della modernità, supera gli schemi fissi».