Potremmo definirlo, l'elogio della complessità. Almeno in architettura. Perché per celebrare gli ottanta anni, appena compiuti da Vittorio Gregotti, più che il recentissimo teatro di Aix-en-Provence, la nuova sede del Corriere della Sera o la città attualmente in costruzione vicino a Shanghai, vale la pena forse di ricordare come la figura di Gregotti sia stata innanzitutto quella di un progettista complesso, una figura abbastanza atipica nel panorama italiano. Che, al di la dei suoi edifici o dei suoi oggetti, è sembrato arrivare ad ogni singola realizzazione più che altro attraverso la forza del proprio pensiero. E quindi non solo disegnando, ma anche assemblando di volta in volta una serie di elementi legati alla propria intelligenza e alla propria cultura (non è forse vero come dice Niemeyer che «l'architettura è soltanto una piccola parte del sapere dell'uomo »?). Compito dell'architettura è per Gregotti «quello di produrre un'ipotesi di ordine, non di ritrarre il caos che ci circonda». Per lui «il progetto è sostanzialmente strategia della resistenza, opera che richiede rigore e regole severe», mentre nei materiali «vanno identificate delle tracce, piccoli segni, capaci di governare la "generazione" del progetto» (che per principio «deve avere un modo di procedere lento e intenso, fatto di tracce discrete se non proprio segrete »). Per Gregotti le virtù del progetto sono in fondo chiare («semplicità, ordine, organicità, precisione») e in qualche modo molto democratiche (visto che «il progettista deve innanzi tutto accogliere, senza che nessuna volontà di potere lo debba caratterizzare, senza nessuna presuntuosa enfasi della propria personalità, della propria espressività o della propria visione del mondo»). Il progetto sembra essere dunque per Gregotti solo uno dei tanti momenti della sua vita, al pari della sua grande passione per viaggiare (o meglio per conoscere il mondo) come per la musica, il teatro e (perché no?) anche per un certo tipo di mondanità colta e raffinata. Ed ecco che così parlare di Gregotti è come parlare di un testimone del nostro tempo. Che ha saputo progettare davvero a trecentosessanta gradi. Ecco così la dimensione urbanistica, una dimensione a volte contestata, ma non tanto nella qualità del progetto quanto piuttosto nella sua utilizzazione successiva: come nel caso del Quartiere Zen di Palermo (che Gregotti comunque non ha mai rinnegato, anzi difendendolo ancora oggi dagli attacchi ed ipotizzando un possibile recupero- restauro). Come per la sede dell'Università della Calabria a Reggio o come per il quartiere della Bicocca a Milano (e dell'annesso Teatro degli Arcimboldi).
Solo alcuni esempi che confermano come il modo di progettare di Gregotti si inserisca, da sempre, nell'ambito di una ben più ampia definizione di città e di spazio urbano. Se è vero che il progetto è solo una piccola parte dell'essere architetto, Gregotti sceglie di confermarlo trasformandosi anche in una figura costantemente presente nel dibattito culturale che ruota (o meglio dovrebbe ruotare) attorno ad ogni singolo progetto. (...)