«Degli Hitler e degli Himmler ci sbarazzeremo - scriveva nel 1944 il quotidiano inglese "Observer" - ma con gli Speer dovremo fare ancora i conti a lungo». Voleva dire: con professionisti così brillanti, e colti. Ma forse, aveva ragione anche in un altro senso: 63 anni dopo, Albert Speer junior, figlio primogenito dell'architetto di Hitler, sta ridisegnando Pechino in vista delle prossime Olimpiadi, per incarico del governo cinese; e la sua opera fa molto discutere.
Naturale, la ruota della storia ha girato. Ed è un altro uomo, lui, cresciuto in altre epoche: nato nel 1934, nell'anno in cui il padre veniva nominato architetto-capo del partito nazista, aveva i pantaloni corti quando lui finì davanti ai giudici di Norimberga; e non gli fu mai particolarmente legato, anche se scelse la stessa professione; non ne condivise mai le tendenze artistiche, l'ossessione della grandiosità. Al contrario, Speer junior è uno che professa di sognare città «progressiste», pensate per l'uomo e per una società aperta, rispettose dell'ambiente e delle libertà individuali. E se anche non fosse così, le colpe dei padri non dovrebbero ricadere sui figli. Eppure, quest'ultimo progetto cinese risveglia memorie inquietanti: perché ricorda, per le dimensioni e l'aura imperiale, «Germania- Berlino», la faraonica «capitale del mondo » che Speer padre aveva progettato per «zio Adolf», come il piccolo Albert chiamava il dittatore nazista quando andava a trovarlo con i suoi, nella baita-castello di Obersalzberg.
La Pechino del 2008 disegnata da Speer figlio avrà infatti un asse centrale di chilometri, che collegherà la stazione ferroviaria più grande della Cina alla Città proibita e alla piazza Tienanmen, puntando poi al villaggio Olimpico: proprio come l'asse centrale, lungo 5 chilometri e largo 120 metri, e collegato a immense stazioni ferroviarie, che Speer padre aveva previsto per Germania-Berlino; e che mai nacque, perché prima morì il regime che l'aveva immaginato. Non solo: per far spazio ora alla nuova arteria pechinese, molte vecchie case verranno abbattute, e i loro abitanti - un milione e mezzo di persone, si calcola - dovranno andarsene altrove; proprio come i nuovi quartieri berlinesi, alla fine degli anni Trenta, trovarono spazio grazie agli sfratti e alle demolizioni che colpirono migliaia di proprietari ebrei, esiliati o deportati nei primi lager.
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