ArchiWorld Network

Consiglio Nazionale Architetti Pianificatori Paesaggisti Conservatori

 
  La bellezza delle stazioni in un racconto  

La bellezza delle stazioni in un racconto

 

Fra tutte la più affascinante è quella di Milano, opera di Ulisse Stacchini

Testata:
Corriere di Bologna
 
Data:
23-08-2007
 
Autore:
Alberto Merini
 
 
Le stazioni ferroviarie mi sono sempre piaciute. Via vai di persone ovunque: nell'atrio, sui marciapiedi, nelle sale d'aspetto. Capannelli davanti ai tabelloni cartacei degli arrivi e delle partenze, altre con il naso in aria per quelli elettronici: clac, clac, clac, ad ogni movimento di treni tutto si riordina. Tutti con l'espressione distesa, le loro brave valigie, i vestiti che cambiano con le stagioni. Nulla, come i tanti vestiti, ti informa dei cambiamenti. Chi fa la fila alle biglietterie, molti anche in quelle fai-da-te, chi compra i giornali, chi le caramelle. Uomini, donne, giovani, anziani, neri, bianchi, gialli: la stazione è un'inchiesta sociologica visiva sui cambiamenti della popolazione. (...) Contrariamente agli aeroporti, le stazioni ferroviarie sono luoghi concreti di comunicazione, ancora legati all'esperienza del vedere, toccare, annusare, del capire l'insieme. In aeroporto giustificati controlli, le valigie che prendono strade misteriose e, a volte, non tornano più, e tu che ti ritrovi dentro l'aereo senza sapere come ci sei arrivato.
Fra tutte le stazioni, la più affascinante e misteriosa è quella di Milano, opera dell'architetto Ulisse Stacchini. Non tanto l'edificio esterno che, con qualche doratura, potrebbe essere una scenografia dell'Aida da proporre a Zeffirelli, ma dentro. Tre volte metalliche, quella centrale altissima e slanciata, delimitano un ampio spazio, prodigiosa astronave disegnata da Syd Mead. In alto e di fianco miriadi di vetri ti informano del cielo. Elegante civetteria delle vetrate verdi alla base. Acciaio e vetro, solida leggerezza. Echi ottocenteschi di borghesia, lavoro e progresso. Treni allineati, esili sotto le volte , ma pronti a raggiungere città, a trasportare uomini per ogni dove. Qui, un mondo a parte: la realtà vera è fuori, laggiù in fondo, dove i treni entrano ed escono senza strepito. Alle spalle invece la realtà pubblicitaria enorme e incombente: basta non guardare. La stazione di Bologna è invece veramente brutta. Edifici bassi, con tetto e senza, alternati. Disposti ad U da un bambino alle prese con le vecchie costruzioni di legno.
(...)

L'autore
«La stazione ferroviaria, protagonista del viaggio, è un luogo ancora a misura d'uomo. In questo frammento si parla di stazione belle e di altre decisamente brutte. In particolare l'analisi si sofferma su Milano e Bologna ». Alberto Merini (Bologna, 1934), psicoterapeuta, già docente all'Università di Bologna e direttore del centro di psichiatria multietnica Georges Devereux, è approdato alla narrativa nel 2005 con il libro di racconti «Il viso nero stellato». Ora ha realizzato questi «Piccoli viaggi in treno», racconti, ricordi e appunti per il Corriere di Bologna.

 
 
 

 

e-mail AWN

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  • Segnala questa pagina su Delicious
  • Impossibile Trovare il Template con Nome NEWS