Presso la Fontana di Trevi, in via del Mortaro, ebbe luogo il 12 marzo 1896 a Roma la prima proiezione in Italia dell'itinerante «Cinématographe Lumière». La prima sala permanente fu il Moderno, aperto nel 1904. Alcuni «movie palaces » trovarono posto in antiche dimore aristocratiche come quella dei Capranica, trasformata in sala nel 1922 dall'architetto Carlo Wadis. Furono riattate le scuderie di Palazzo Barberini, e Marcello Piacentini, l'architetto della Roma monumentale del ventennio, progettò anche il Corso, poi Étoile, in quello che era un giardino di aranci e oleandri. Ebbe il nome dannunziano «Lux et Umbra ». A Prati nacquero il Trionfale, ora Giulio Cesare, e l'Umberto, poi demolito. Il più grande fu il Supercinema, nel 1924, con duemila posti.
Il 5 settembre il convegno «I luoghi del cinema in Italia» chiuderà la mostra «Buio in sala», a cura di Maria Adriana Giusti e Susanna Caccia, sulle architetture del cinema dal 1896 a oggi, allestita nella sala del Principe di Piemonte a Viareggio, che propone proiezioni, incontri con registi e attori, foto, disegni, progetti e strumenti di lavoro. I protagonisti sono soprattutto architetti che hanno legato il proprio nome a Roma: Gino Coppedè, Marcello Piacentini, Virgilio Marchi, Antonio Valente, Luigi Vagnetti.
Il livornese Virgilio Marchi, celebre urbanista che prese parte attiva al dibattito sulla revisione del piano regolatore di Roma nel 1909 e sulle proposte per il nuovo piano del 1931, toccò l'apice della sua produzione Futurista nel 1921 con l'adattamento a teatro delle terme romane trovate da Anton Giulio Bragaglia nelle cantine di palazzo Tittoni a via degli Avignonesi. (...) E nella Capitale, dalla sede della Ferrobeton, condusse i lavori d'ideazione per il cinema Odeon di Livorno che andava a sostituire con i suoi 2300 posti, fra platea e loggione, il vecchio Supercinema distrutto dai bombardamenti. Marmi e bugne danno alla facciata un aspetto sontuoso. Marchi fu anche l'ideatore dei primi spazi d'essai, progettando di trasformare una palestra in un ritrovo elegante per film selezionati, con poltroncine prenotabili, fino a 300 posti. (...)
Gino Coppedè, fiorentino, si trasferì a Roma nel 1913 già famoso. Da ragazzo, nel laboratorio di mobili artigianali del padre, aveva appreso l'arte dell'intaglio che esaltò poi nel quartiere onirico e fiabesco che ne porta il nome, fra via Tagliamento e corso Trieste, nei movimenti di torrette, colonne, arcate, cancellate, nelle luci-colore delle terracotte smaltate e dei mosaici. In quei 17 villini, dove s'incontrano barocco, manierismo, neoeclettismo e art nouveau, la suggestione del cinema è dominante in molte decorazioni. Come nel portone di piazza Mincio che riprende fedelmente una scena del kolossal «Cabiria» (1914) di Giovanni Pastrone.