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Mascheratevi e partite

 

Il mimetismo come tecnica per vincere. O almeno sopravvivere

Testata:
La Stampa
 
Data:
29-08-2007
 
Autore:
Marco Vallora
 
 
Confessatelo: non avreste mai immaginato che il termine camouflage avesse questa curiosa etimologia. Non tanto l'idea di «trucco», di make up per le scene, come molti pensano. Ma un termine più antico, sei-settecentesco, pare vallone, cafouma, che significa: «soffiare una folata di fumo in faccia a qualcuno, per disorientarlo, per annebbiarlo». Ammettete, allora, ch'è mille volte più intrigante il termine originale camouflage che non il nostro bolso «mimetismo» (perché dentro l'originale c'è tutta la radice di «camuffarsi», «travestirsi», «mascherarsi» anche tragicamente). Al camouflage è dedicata un'avvincente mostra ospitata al londinese Museo Imperiale della Guerra, artefice il regista Jonathan Miller, con un documentatissimo catalogo Thames & Hudson ove lo stesso Miller, medico di formazione, premette un interessante saggio sul mimetismo animale. Perché tutto nasce lì, ovviamente.
(...)
Ecco avvicendarsi ora Abbott Thayer, che non a caso ha una formazione da pittore, e studia il rapporto tra presenza animale e sfondo ambientale non più secondo la tesi tradizionale del mimetismo, ma del «colore scombussolante» - potremmo tradurre noi - cioè quel colore vago, che confonde e cancella la sagoma dell'oggetto, creando una sorta di «rumore» cromatico indistinto. Impossibilità a vedere davvero. Come quel tipo di sardina argentata, che simula il riflesso dell'acqua e più scende in profondità più si confonde col fondo sabbioso. Thayer muore nei primi anni 20, anticipando molte delle tesi della Gestalt, appunto sul rapporto tra sfondo e figura, illusionismo ottico tra l'elemento sagomato e il sotto continuum astratto, che non si distingue più. Sinché il codice non viene decrittato e allora non si vede altro.
La tesi del «colore che disturba» è imprescindibile per l'utilizzazione bellica del camouflage, vera sostanza della mostra. E qui si scopre che non sono stati gli strateghi militari a occuparsi di questa pericolosa branca del mestiere della guerra, ma veri e propri artisti, anche famosi, come il mondano Forain (più noto per le sue affiches) o Eugène Corbin, che applica la selezione cromatica del pointillisme ai suoi eleganti mantelli macchiati monocromi, ton sur ton: per accompagnare i suoi soldati a morire o salvarsi.
È incredibile quanto i «trucchi» delle avanguardie abbiano influito su questa vera e propria arte salvifica (ci hanno lavorato anche i fratelli di Duchamp, i Villon, importando tecniche futuriste e cubiste, oppure André Mare, che ha lasciato, cadendo, uno splendido taccuino cubisteggiante, in cui «vede» il mondo secondo l'imperialismo del camouflage). (...)
Pure l'architettura: da Hundertwasser a Vienna al Museo di Groninga. Mascherati per parere più veri.

 
 
 
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