L'unica scultura che resterà sempre in vista - per adesso è sdraiata all'ingresso come una Venere di Tiziano - è una gigantesca donna-dea in bronzo di Antonietta Raphaël. L'ha donata alla città un collezionista romano. E diverrà la musa ispiratrice e protettrice del Palaexpo. Che sabato, dopo le proiezioni sulla facciata di venerdì sera del videomaker tedesco Phillip Geist, e dopo quattro anni di lavori, schiuderà finalmente i battenti. Proponendo, solo per una notte, la Bianca, musica, dj, vj e performance. Occasione ghiotta per vedere il palazzone vuoto e candido, prima che il 6 ottobre arrivino i colori di Mark Rothko, i legni di Mario Ceroli, i film di Stanley Kubrick.
Per il resto, nei 4500 metri quadrati ora dedicati alle mostre, ricavati nel corso dei lavori di ristrutturazione e restauro costati 28 milioni di euro, ci saranno solo opere d'arte a rotazione. Ma anche un riciclo continuo di persone, secondo un progetto che tende a rendere permeabile il monolite del 1883 aprendolo alla città attraverso nuove porte (oltre a quella monumentale della scalinata su via Nazionale, l'apertura su via Piacenza, le due su via Milano e, tramite un giardino, passando accanto alla chiesa di San Vitale). E offrendo la Kunsthalle capitolina alla vita dei cittadini, indipendentemente dalle mostre.
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L'architetto Firouz Galdo, con altri colleghi autore del progetto definitivo, ha creato in ogni sala una controfoderatura delle pareti, all'interno della quale corrono i cavi della messa a norma dell'edificio (controllo dell'umidità, della temperatura, eccetera). Non sarà più necessario appendere i quadri al muro perforando pesantemente la superficie, mentre l'illuminazione delle opere esposte sarà garantita da un sistema di luci su pannelli alzabili fino al soffitto. Qui in alto, le luci progettate da Michele De Lucchi, incontrano le strutture inserite nel 1992 da Costantito Dardi che sono state restaurate insieme con pavimenti, colonnati, stucchi e fregi di Pio Piancentini.
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