Bianco e nero per togliere il chiasso del tempo giornaliero. Palazzi, case, muri, strade preferibilmente senza automobili o al massimo con automobili in sosta, comunque senza che in esse come tutt'intorno ci sia l'ombra di un guidatore, di un pedone, di un qualsiasi abitante. Sono città trascendentali, sospese in un istante del giorno o della notte, città braccate solo nella loro solitudine architettonica. Sì perché, Gabriele Basilico, tra i più importanti fotografi italiani, è convinto che i luoghi si mostrino così intrisi della vita e delle abitudini delle persone che queste, malgrado assenti o non visibili, ci siano comunque. Perciò e per il fatto che ritiene la fotografia d'architettura soprattutto un'esperienza e non una pratica illustrativa, la Bari che ha compendiato in novanta scatti, per la mostra del prossimo 13 ottobre alla Pinacoteca Provinciale, è disabitata come tutti i suoi precedenti lavori. (...)
Per lei invece è proprio la scenografia, e dunque la città, a diventare il soggetto principale?
«La città ha bisogno della sua autonomia davanti all'obiettivo per diventare protagonista, per essere autoreferenziale. Questo non vuol dire che la presenza dell'uomo sia sparita, c'è ma solo di rimando attraverso una luce, un' ombra o un'atmosfera di sospensione metafisica dove si percepisca l'impressione che qualcuno sia appena uscito o che al contrario debba arrivarci da un momento all'altro ».
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I giudizi di valore su una città possono influenzare la fotografia? In altre parole, se una città è degradata, il fotografo tende inevitabilmente a soffermarsi sugli elementi negativi?
«Le città cambiano dopo l'esperienza della fotografia. Insomma le immagini sono un'altra cosa anche se poi riescono a scatenare dibattiti o a indurre riflessioni. La fotografia, come ha detto un celebre critico americano, o è finestra o è specchio, cioè o è documento puro e rigoroso o è fortemente influenzata dallo sguardo di chi la fa. Aggiungerei che è anche un'opera aperta che si arricchisce dello sguardo di chi la vede. Questo è uno degli aspetti più affascinanti del mio mestiere e per il quale vale ancora la pena di farlo».