«Il mestiere dell'architetto», così chiamava la sua professione Giuseppe Davanzo, scomparso sabato scorso a Treviso, per sottolineare la matericità di un fare che in lui sommava intelligenza e tradizione a emozione e artigianalità. Davanzo nasce a Ponte di Piave (Treviso) nel 1921, si iscrive all'Istituto di Architettura a Venezia nel 1941 ma la guerra e la prigionia in Germania (fino al 1945) lo costringono alla laurea solo nel 1953. Da allora libera professione e insegnamento si intrecciano, prima come assistente di Carlo Scarpa, poi come docente e associato a Venezia fino al 1991 e a Treviso fino al 2001.
I dati biografici, gli interessi culturali, l'impegno civile dipingono un ritratto di uomo che è stato testimone e attore di un'epoca in rapidissima, traumatica trasformazione del Veneto: dalla ancestralità di una regione profondamente contadina alla accelerazione produttiva e ipertrofica della piccola industria. Della sua opera la regione porta segni significativi, commesse pubbliche quali il Foro Boario a Padova, il Palazzetto dello sport e la Fiera a Vicenza, il Natatorium di Treviso, la Casa per Anziani a Castelfranco realizzate tra la metà degli anni Sessanta e i primi Settanta, epoca di forte sperimentazione di nuovi materiali e tecniche costruttive, fino alle ultime opere a Caselle d'Asolo degli anni Novanta. Accanto, la committenza privata con abitazioni, fabbriche (lo stabilimento Secco sul Terraglio, ormai demolito), interventi di recupero di edifici rurali, tutte opere che Davanzo seguiva dalla prima progettazione alla definitiva realizzazione.
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