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Rivoluzione digitale quanto mi costi

 

I progettisti: le convenzioni non bastano, serve una politica di incentivi per i più giovani

Testata:
Il Sole 24Ore Progetti e Concorsi
 
Data:
17-09-2007
 
Autore:
Mauro Salerno
 
 
Necessario, ma costoso. Soprattutto per i professionisti più giovani, magari alle prese con le spese di avvio di uno studio. Bene strumentale «principe» per l'esercizio dell'attività progettuale (insieme a una dotazione hardware composta al minimo da Pc, stampanti e plotter) il software, tra acquisto di licenze e aggiornamenti, rappresenta una delle voci di spesa più consistenti per i professionisti. Un investimento che, in base alle regole italiane, può essere fatto rientrare in un piano di ammortamento quinquennale, ma che non gode di nessun altra politica di agevolazione fiscale. «Mettendo in conto l'acquisto di un Cad, di un programma di grafica e renderizzazione, insieme a soluzioni dedicate a contabilità e computi metrici oppure a norme per la sicurezza e la gestione del cantiere si arriva facilmente a una cifra di 20mila euro», dice Matteo Capuani, presidente del dipartimento Profili professionali, Lavoro, Inarcassa, del Consiglio nazionale degli Architetti. «E bisogna considerare - aggiunge - che si tratta di spese relative a una singola licenza». Vale a dire a programmi utilizzabili su un solo computer.
(...)
Più importanti, diventano quindi, le attività di formazione, o le agevolazioni legate all'aggiornamento dei programmi che normalmente sono previste dagli accordi tra professionisti e aziende produttrici.
L'irruzione dell'information tecnology ha radicalmente cambiato le condizioni di lavoro degli architetti negli ultimi 10-15 anni. In questo periodo il numero di professionisti iscritti all'ordine è raddoppiato passando da circa 60mila a 130mila iscritti. «Di questi - dice Capuani - almeno il 50%, vale a dire gli iscritti più giovani, ormai svolge l'attività facendo leva sulle nuove tecnologie. Tra i più anziani stimiamo che soltanto il 30% sia stato capace di aggiornarsi, in via diretta o indiretta (vale a dire assumendo personale). Il resto è praticamente rimasto tagliato fuori dalla professione, senza alcuna possibilità di accesso, ad esempio, al mondo della progettazione pubblica». Non a caso, dunque, gli ordini hanno più volte richiesto di ottenere l'accesso a fondi pubblici per l'aggiornamento professionale degli iscritti. «La formazione e la dotazione strumentale dei professionisti - conclude Capuani - dovrebbe far parte dei "pacchetti" normativi dedicati alle politiche del lavoro. Spesso siamo accusati di limitare l'accesso alla professione. In realtà visto che in Spagna e Francia gli architetti sono meno di 20mila, il problema che dovremmo risolvere è quello dell'accesso al mercato del lavoro».

 
 
 

 

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