«Sorrido quando penso a quanto dobbiamo in termini di scempio all'apporto pubblico, perché, sia chiaro, ognuno ci ha messo del suo. Così l'Anas, dalle Caviate ad Abbadia, ha trasformato il lago in una brutta piscina di cemento...». Ma se il viadotto della statale 36 si merita il disonore di essere citato come una delle sette brutture, anche il leit motiv delle villette a schiera giganti, e gli scatoloni vista lago che sviliscono il paesaggio da Colico a Lecco, e i condomini fuori misura senz'arte né parte, e le colate di cemento che hanno pietrificato gli angoli più belli hanno le loro colpe, e in questo caso ad essere chiamati in causa sono anche i progettisti: il presidente dell'Ordine degli architetti lecchesi - 900 professionisti iscritti, la metà dei quali negli ultimi dieci anni - lo ammette senza problemi. Anche se poi l'architetto Ferruccio Favaron,che insegna composizione architettonica nella sede lecchese del Politecnico di Milano, dice di confidare molto sui giovani spinti dalla curiosità della ricerca, liberi dai più vieti cliché e attenti ai temi scottanti, dal porto di Caviate alla passeggiata a Pescarenico. Comunque gli architetti hanno le loro belle responsabilità, giusto? Il problema della qualità esiste, è un fatto, l'ho sempre sostenuto, non possiamo nascondercelo. Io non sono per principio contrario agli interventi per lo sviluppo turistico, ma è chiaro che il nodo è il come. Lancio un appello ai progettisti perché dobbiamo in tutti i modi contrastare l'abitudine consolidata di scimmiottare l'esistente. Anche se non sempre è così, per fortuna: ci sono esempi di architettura interessante e innovativa sul territorio. Dove? A Fiumelatte, per esempio. E il fatto che non si noti dal lago è una dimostrazione della bontà dell'intervento. Salta all'occhio quello che stona. E sono tante le note stonate. È vero che le villette a schiera con il motivo degli archi sono viste e straviste e si ripetono monotone lungo tutta la sponda del lago. Le faceva, molto bene, Mino Fiocchi quasi un secolo fa, ma adesso sono citazioni stanche e abusate e per di più sovrascala, perché chi progetta in questo modo spesso lo fa senza senso delle proporzioni. È come se uno che scrive oggi usasse il linguaggio di Carducci: il poeta allora aveva aperto una strada, chi lo copia adesso fa ridere. Un invito a non perdere mai di vista la qualità, allora... Sì, ma una bella fetta di responsabilità ce l'hanno anche gli strumenti urbanistici. Basti pensare che il progettista del porto di Caviate ha responsabilmente usato la metà della volumetria prevista dal piano regolatore, per poi sentirsi dire che vuole cementificare il lago... «Italia nostra» però dice che spesso manca la più elementare cultura edilizia, prima ancora di quella architettonica che è già un livello più su. È d'accordo? Sì, è vero: bisogna viaggiare, guardare, ricercare, percorrere tutte le strade e tutti i mezzi per praticare una buona architettura. I più giovani hanno forte il senso di questa ricerca, ma è vero che anche nel nostro ordine non sempre ritroviamo questa attenzione. E invece per tornare a giocare un ruolo importante e positivo nello sviluppo del territorio dobbiamo contribuire per quello che ci hanno insegnato a fare. E perché spesso non fate così? Perché anche la burocrazia mette i bastoni tra le ruote se si pensa che l'80% del tempo è perso nell'inseguire pratiche e adempimenti, ed è rubato così al progettare bene. Colpa delle amministrazioni e degli strumenti urbanistici, della burocrazia e dei progettisti. C'è altro? Serve una committenza più colta. Noi dobbiamo studiare di più, i Comuni devono fare una programmazione più adatta e i committenti devono puntare più sulla qualità che sulla quantità.