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Periferie d'Italia

 

Ogni città si definisce anche rispetto a ciò che ha intorno

Testata:
Avvenire
 
Data:
25-09-2007
 
Autore:
Gabriele Basilico
 
 
Da Milano a Como, da Mestre a Treviso, da Firenze a Pistoia, da Rimini a San Marino, da Napoli a Caserta e da Gioia Tauro a Siderno ho viaggiato in auto, fermandomi a fotografare lungo gli assi stradali. E, muovendo sempre dalla periferia della città, mi sono concentrato su quelle frange che si allungano verso il territorio aperto e verso un'altra città. Spostandomi all'interno delle sei sezioni di territorio (lunghe circa cinquanta chilometri e larghe circa dieci), ho potuto rilevare cambiamenti e trasformazioni, osservare la periferia delle città in movimento, dove le urbanizzazioni recenti hanno completamente rimodellato l'ambiente naturale, stabilendo impreviste associazioni di oggetti e materiali fra loro incongrui.
Ci sono edifici che, grazie alla sapienza di chi li ha progettati e alla visione di chi li fotografa, svelano una forma antropomorfa. Nelle architetture sono nascosti occhi, nasi orecchie, labbra, volti che aspettano la parola, e la parola sembra poter nascere solo se essi vivono l'evento rivelatore della luce, nella condizione limite che è l'assenza dell'uomo dal quadro dell'immagine. Ma basta la presenza di un uomo a ridare all'architettura il valore di sfondo, a dare al vuoto il senso drammatico di un'assenza, mentre l'assenza dell'uomo toglie al vuoto la dimensione d'angoscia e fa del vuoto quello che veramente è. Questo perché il vuoto riempie sé stesso e diventa oggetto in sé. Non penso di fotografare il vuoto nel senso di una mancanza di presenza, ma fotografo il vuoto come protagonista di sé stesso, con tutto il suo lirismo, con tutta la sua forza, con tutta la sua umanizzante capacità di comunicare, perché il vuoto nell'architettura è parte integrante, persino strutturale del suo essere.
Certamente ogni città si definisce anche rispetto a ciò che ha intorno, alla sua area periferica. È in questa dialettica fra interno ed esterno che si può parlare, o almeno si poteva farlo fino a ieri, di forma della città. Direi che, proprio a seguito delle cause e delle implicazioni delle grandi trasformazioni urbane, la perdita della forma della città non interessa solo agli urbanisti, ma anche altre discipline, altre culture, fotografia compresa. Questa ridestata attenzione pluridisciplinare ha prodotto almeno due fenomeni: in primo luogo ha innescato una collaborazione più intensa tra fotografi, architetti, urbanisti, e specialisti di altre discipline, impegnati a leggere i problemi derivanti dalla trasformazione urbana. In secondo luogo ha contribuito allo sviluppo e al consolidamento di un linguaggio nuovo, di una vera e propria tendenza, che potremmo chiamare «nuova fotografia di paesaggio».
(...)
 
 
 

 

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