I vecchi maestri del Novecento ci hanno spiegato che la bellezza non sempre significa bontà: vedi gli Stukas, Louis Ferdinand Céline e la danza selvaggia della cellula impazzita; eppure quando arrivi davanti alla Chiesa della Misericordia, a Tor Tre Teste, Roma, che Richard Meier consegnò al Campidoglio nel 2003, ti potrebbe venire qualche dubbio.
Hai attraversato la metropoli da parte a parte, come facevi da ragazzo, in una febbre di tram blu sporco, autobus screpolati, casamenti a strapiombo sulla sterpaglia; sei stanco e fragile, perché sai che questa città ti conosce e ha imparato a respingere certe tue bizzarre richieste di felicità. Alzi gli occhi e laggiù, oltre la Prenestina, e ancora più in fondo, scopri la schiera di palazzi che stregarono il giovane Pasolini. Hai quasi l'impressione che qui, fra la Casilina e Tor Sapienza, niente potrebbe cambiare quando invece all'improvviso, mentre percorri il semicerchio storto di Via Tovaglieri, spuntano le tre vele inclinate di cemento bianco nell'azzurro più bello del mondo.
Così Roma diventa Los Angeles, dove il grande architetto americano disegnò il Paul Getty Center. Come lì, sulle colline di Santa Monica, pensasti al travertino di Tivoli, adesso, a poca distanza da Villa Adriana, ricordi le freeways che andavano giù verso Marina del Rey. Hai sempre creduto in certe folli sintonie, fatte di luoghi, numeri e storie: ora ti viene in mente che Richard Meier nacque nel 1934 a Newark, New Jersey, mica un posto qualsiasi, la madre di tutte le periferie, un anno dopo Philip Roth, originario di quelle stesse strade.
È possibile, ti chiedi, che un'invenzione come questa chiesa, un'idea umana, al pari della famiglia, dei «Fratelli Karamazov» e della penicillina, possa addolcire, nel suo piccolo, il cuore di chi la vede tutti i giorni? Entri nel corso di una funzione e subito saresti propenso ad ammetterlo. (...)